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buffonCoverciano, 3 giu – Italia-Spagna, siamo ai mondiali negli Stati Uniti d’America nel 1994 il 9 luglio, la partita è inchiodata sull’1-1 quando sul cronometro si paventa il minuto 88. Nicola Berti si impossessa del pallone a centrocampo, scodella la sfera per Giuseppe Signori che a 30 metri dalla porta iberica con un lieve pallonetto arcobaleno trova i piedi di Roberto Baggio, mentre un difensore spagnolo si infrange contro di lui. Il numero 10 azzurro controlla la palla, punta Zubizarreta, lo salta, ma sembra allargarsi troppo, la posizione è decentrata. Serve un colpo, serve un destro alla Baggio, mentre un difensore avversario taglia sulla linea di porta. Il vicentino colpisce da un angolo che vede solo uno spiraglio di luce, il divin codino impacchetta la partita e spalanca le porte della semifinale per l’Italia di Sacchi. Spagna sconfitta per due reti ad una. Il resto è storia.



Siamo andati a scomodare Baggio, perché in questi giorni ha fatto molto discutere la decisione di Antonio Conte di affidare la sacra casacca numero 10 a Thiago Motta, centrocampista del Psg. Partiamo da un principio assodato, nessuno può mettere in discussione le caratteristiche tecniche dell’ex Inter, il palmares – ha vinto due Champions League sull’asse Barcellona-Milano – ed il carisma, per lui parla lo spogliatoio parigino che lo vede essere l’unico a trattare alla pari con Zlatan Ibrahimovic. Ma el diez, di maradoniana memoria, deve far sognare, deve essere decisivo, deve con una giocata annichilire l’avversario, non perdersi nella lentezza di un calcio ammaliante, ma fermo agli anni ’60. Daniele De Rossi è corso in difesa del compagno di reparto dicendo: “Fatevi due palleggi con Thiago Motta, e poi sciacquatevi la bocca”, ma una maglia con un peso del genere la deve indossare la donna più affascinante del rione, non il viso acqua e sapone della bellezza che abita nella porta accanto.

In una nazionale senza estro, fatta di muscoli e veemenza, l’unico vero 10, quello capace di risolvere le partite è l’estremo difensore e risponde al nome di Gianluigi Buffon. La mente corre ai pali del Chievo Verona quando a difenderli era il perugino Cristiano Lupatelli, titolare inamovibile del miracolo clivense, che si era vestito con la maglia più prestigiosa, più ambita, diventato il primo portiere ad indossarla. Ed allora lasciamo da parte l’uno contro uno, l’elastico, il passaggio filtrante senza guardare la traiettoria del pallone, le verticalizzazioni, le punizioni, le reti decisive segnate con freddezza e affidiamoci a San Gigi Buffon da Carrara. Unico vero 10 in un’Italia in fase transitoria alla ricerca d’identità, con un commissario tecnico che qualunque sarà il verdetto del campo, avrà sotto il fondoschiena la panchina del Chelsea a disposizione per la prossima annata.

Un saggio della classe di Gianluigi Buffon, con la maglia della Juventus, contro il Milan durante il campionato appena terminato:

https://www.youtube.com/watch?v=vZAZkkJeQhg

Lorenzo Cafarchio

 



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1 commento

  1. Da tempo che non seguo più il calcio Buffon lo ricordo ovviamente ma chi è Thiago Motta ?
    Bel video comunque , ma preferisco rivedere 1934 (Mondiale) 1936 (campioni olimpici) e 1938 e 1982 (sempre mondiale ) , il resto è noia
    Certo il numero 10 è importante ma ricordo anche il 19
    https://www.youtube.com/watch?v=EJia8B0HwTk

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