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Roma, 21 mar – La vicenda Facebook-Cambridge Analytica sta diventando una specie di gioco in stile “Dove sta Mark Zuckerberg e perché non parla?” Il multimegamiliardario nerd inventore del famoso social è stato invitato anche dal Parlamento Ue a chiarire “davanti ai rappresentanti di 500 milioni di europei, che i dati personali non vengono utilizzati per manipolare la democrazia“. Il fondatore di Facebook inoltre è stato convocato dalla Commissione Cultura, Media e Digitale del Parlamento britannico, per dire la sua sul “catastrofico fallimento” dei controlli. Ma per ora, “Zuck” tace. Intanto, scoperchiato il vaso di Pandora – ogni tanto succede, e mai per caso – tutti corrono ai ripari, in attesa che la buriana si sfoghi.
È il caso del ceo di Cambridge Analytica, Alexander Nix, sospeso dal cda perché avrebbe usato pubblicità “non attribuibile e non tracciabile” ai fini della campagna elettorale di Trump, come riporta una registrazione durante un reportage sotto copertura dell’emittente britannica Channel 4 News. Ma l’obiettivo principale di questo scandalo a dir poco pilotato è quello dell’ex stratega di Donald Trump, Steve Bannon. A quanto pare sarebbe stato lui, nel 2014, a supervisionare i primi tentativi di Cambridge Analytica di raccolta dati su Facebook per costruire profili dettagliati di milioni di elettori americani. Altro nome degno di nota è quello di Chris Wylie, informatico 28enne: è la talpa che ha dato la stura lo scandalo, rivelando – pensate un po’ – che Cambridge Analytica sfruttava i dati personali raccolti su Facebook tramite un’app per creare pubblicità.
La talpa ha assicurato che non sapeva di lavorare per la campagna elettorale di Trump e che la società trattava tutti i Paesi clienti allo stesso modo. In questa ingenuità c’è tutta la verità: è business. Nient’altro che business. Ma Bannon è il bersaglio grosso, è il guru della destra Usa poi diventato lo stratega di Trump alla Casa Bianca. Ebbene, all’epoca dei fatti Bannon si è limitato a fare quello che fanno tutti i guru politici: testare slogan, concetti, proposte sui potenziali elettori per migliorare il tiro. Avete presente Casaleggio, Grillo e i “Vaffa day”? Si fa così: si testano i gusti, le tendenze, i malumori dei cittadini, si confeziona lo slogan giusto e si chiede loro il voto. Bannon ha fatto questo, e lo ha fatto bene.
Grazie a una massiccia campagna online, le convention repubblicane e le presenze di Trump nelle varie città erano sempre mirate, previste, calcolate. Obiettivo era quello di massimizzare i risultati. Nulla di illegale. E secondo voi una raccolta dati online non l’hanno fatta pure quelli dietro la campagna della Clinton? Una cosa è certa, non sono stati bravi quanto Bannon e Nix. Quest’ultimo poi la dice lunga sulla vicenda. “I candidati non ci chiedono come lavoriamo, neanche ci capirebbero qualcosa – ha spiegato in un’intervista – . Non vengono mai coinvolti in prima persona. Noi lavoravamo con il team della campagna elettorale. Il candidato è soltanto una marionetta“. Ecco. I Trump passano, i Nix vengono sospesi per un po’. Ma poi tornano all’opera.
Adolfo Spezzaferro

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1 commento

  1. Ho letto che l’ obiettivo vero sono tutti i partiti “populisti”, non Bannon che conta poco.La storiella sui media è solo all’ inizio e reciterà cosi’; il voto ai partiti populisti non è valido in quanto condizionato da sistemi informatici occulti e quindi la vittoria dei populisti non è legittima.Ovviamente nasconderanno il fatto che questi sistemi di condizionamento online sono principalmente usati per colpire i libtard, molto piu’ creduloni e pronti a non riflettere se credono che l’argomento possa dargi angoscia( la verità puo’ dare angoscia!) o che non sia trendy o politically correct .
    C’è un articolo di Blondet interessante a proposito;
    http://www.maurizioblondet.it;
    Si gonfia la “fake” che deve portare alla soppressione del “populismo”
    Maurizio Blondet 19 marzo 2018

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