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Beirut, 9 ago – Clima politico rovente in Libano. Dopo l’esplosione che martedì ha letteralmente spazzato via il porto di Beirut, lasciandosi dietro oltre 159 morti e 6000 feriti, sembrano giungere al pettine tutti i nodi di un Paese da mesi sull’orlo di una gravissima crisi economica e sociale. Nella giornata di ieri una manifestazione di protesta, organizzata proprio per chiedere luce e giustizia sulla tragedia del porto, è degenerata in violentissimi scontri di piazza, culminati con 20 manifestati arrestati, e, secondo quanto riportato dalla stampa libanese, un impressionante totale di 238 feriti (70 tra le fila delle polizia), di cui oltre 60 ricoverati negli ospedali della martoriata capitale libanese.

La catastrofe di martedì è stata, a tutti gli effetti, il detonatore di una rabbia sociale che covava sotto la cenere, e di una crisi istituzionale che ha visto il ministro alle Comunicazioni, Manal Abdul Samad, arrivare ad annunciare le sue dimissioni; un passo indietro assai significativo e molto grave in questo momento di lacerazione. Il Libano ha naturalmente una storia di violenze religiose e politiche che affondano le proprie radici lontano nel tempo, e le cicatrici della guerra civile che sconvolse il Paese non si sono del tutto rimarginate: non è un caso che nei moti di piazza i manifestanti anti-governativi sono arrivati a simulare l’esecuzione per impiccagione di un manichino raffigurante il leader degli Hezbollah, per poi occupare le rovine del ministero degli Esteri, gravemente danneggiato dalla esplosione. Molti dei manifestanti sono ex appartenenti all’esercito, i quali esprimono rabbia in particolare contro il presidente della Repubblica Michel Aoun e contro suo genero, l’ex ministro Gibran Bassil, le cui fotografie sono state strappate dalle mura del Ministero e calpestate.

Il livello della tensione è cresciuto in una autentica escalation, tanto da far registrare la morte di un poliziotto e lo schieramento in piazza dell’esercito il quale è intervenuto per sgomberare in modo violento gli occupanti dal Ministero dell’estero. In questa situazione drammatica, il premier Hassan Diab, ai ferri corti con i suoi stessi alleati di governo, è brevemente apparso in TV evocando elezioni anticipate e dichiarando “sono pronto ad assumere la responsabilità per i prossimi due mesi fino a che i partiti non troveranno un accordo sulla prossima fase. Lunedì proporrò al governo elezioni anticipate”, chiedendo poi uno slancio di responsabilità collettiva di tutti i Libanesi e promettendo di fare completa luce sul disastro del porto di Beirut.

Nonostante la evocazione di un clima di concordia nazionale, le scene della impiccagione della effige di Nasrallah, leader degli Hezbollah e religioso sciita di grandissima influenza essendo ritenuto imparentato con il profeta Maometto e per questo insignito del titolo di Sayyid, non sono passate inosservate e hanno scatenato la violenta reazione dei sostenitori di Hezbollah, i quali dal quartiere Zoqaq al Blatt si sono incamminati verso i loro antagonisti, salvo venir fermati per strada da un ampio spiegamento di militari accorsi sulla sopraelevata che finisce col dare proprio su Piazza dei Martiri. In gran parte della città compaiono striscioni invocanti la rivoluzione e la ferma richiesta di eliminazione dei depositi di armi da Beirut. Il Paese sembra davvero sull’orlo di una nuova guerra civile, il che suscita ancor più forti interrogativi sul disastro del Porto.

Cristina Gauri

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