Roma, 17 lug – Come prevedibile, e auspicabile, a nulla gli sono valse le vecchie invettive contro “il razzista” Donald Trump. “Il muro non è un problema. Lo distruggo, ci salto oltre o ci passo sotto. Però quante deportazioni potrebbero arrivare, quante famiglie sarebbero separate”, tuonò tre anni fa Joaquin Guzman, ovvero il narcotrafficante più famoso del mondo. A tutti noto come ‘El Chapo’, il boss della droga messicano non ha avuto fortuna neppure dopo l’incontro con l’icona dei buoni Sean Penn. Anzi, da allora gli “affari” per lui sono precipitati. Una rapida discesa all’inferno, non ai livelli però di quello che aveva creato con il suo “ stupefacente impero”.

Dopo l’arresto arrivò l’estradizione negli Usa, poi il processo in cui venne riconosciuto, lo scorso febbraio, colpevole di una serie di gravi reati: traffico di tonnellate di cocaina, eroina e marijuana, nonché diversi omicidi come boss di una delle più grandi organizzazioni criminali messicane, ovvero il cartello di Sinaloa. Oggi la mazzata finale, con una corte di New York che lo ha condannato all’ergastolo per ben dieci capi di imputazione. La pena comprende tra l’altro un’ulteriore condanna a 30 anni.


Poco per un criminale di tal fatta? Forse no, visto che il giudice lo ha pure condannato a restituire 12,6 miliardi di dollari (esattamente quanto chiesto dall’accusa). La cifra equivarrebbe ai proventi del narcotraffico che ha gestito, come capo del cartello di Sinaloa, negli Stati Uniti. Probabilmente è la pena massima che poteva subire, se consideriamo che nell’accordo di estradizione tra Messico e Usa del 2017, era stata esclusa la condanna alla pena capitale. “Una tortura psicologica, emotiva e mentale 24 ore al giorno”, così El Chapo ha definito la sua detenzione. Chissà adesso come la prenderà.

Eugenio Palazzini

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