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democrazia oligarchicaRoma, 21 ott – Che vantaggio abbia Donald Trump nell’incaponirsi in questa battaglia contro le elezioni truccate è un mistero. Magari lo sono davvero, ma o lo si dimostra a suon di prove oppure si fa la figura di quelli che quando perdono portano via il pallone. Anche Berlusconi fece il diavolo a quattro quando perse le elezioni per una manciata di voti e forse anche lui aveva le sue ragioni, ma ovviamente l’unico risultato di quella campagna fu di passare per “rosicone”.



Del resto, almeno per quanto riguarda l’Italia, l’unico modo per combattere i brogli della sinistra non è denunciarli, ma provare a mettere in piedi una macchina da guerra uguale e contraria, cosa che la destra berlusconiana si è ben guardata dal fare, ovviamente. Come funzioni negli Usa non lo sappiamo. Oggi gli analisti – tutti disinteressati, certo – ci assicurano che i brogli sono impossibili. Quando vinse Bush, però, ci assicurarono che erano avvenuti davvero. Siamo alle solite. Quello che è francamente fastidioso è lo sguardo trasognato con cui i nostri inviati negli Usa guardano alla democrazia americana. “Non riconoscendo l’esito del voto, Trump offende la democrazia e questo gli americani non lo sopportano”, dicono.

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Il moralismo con cui gli americani si approcciano alla politica dovrebbe suscitare irrisione, non ammirazione. Trump che finisce nei guai per battute “sessiste” di 10 anni fa, la Clinton che anziché essere processata come fomentatrice della terza guerra mondiale per i legami con le petromonarchie e il sostegno alle “primavere arabe” si trova in difficoltà per aver usato la sua mail personale da Segretario di Stato: questa ipocrisia è insostenibile. Nella fantastica democrazia Usa c’è l’affluenza più bassa d’Occidente, che per le elezioni legislative è spesso molto inferiore al 43%, intere fette della popolazione sono di fatto escluse dal voto. Fuori dai due grandi partiti non c’è praticamente possibilità di essere eletti, il che significa che occorre affidarsi ad astrusi meccanismi oligarchici che filtrano, indirizzano, selezionano i candidati, pescando in quelle che Geminello Alvi chiama “aristocrazie venali”. Il ruolo di lobby e gruppi di pressione è palese e candidamente ammesso. Insomma, ci vuole lo sguardo provinciale e auto-colonizzato dei nostri inviati a Washington per innamorarsi di un sistema bloccato, ipocrita, elitario come quello americano.

Adriano Scianca

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