Washington 1 dic – Il 3 febbraio 2020, con le primarie democratiche in Iowa, prenderà il via la corsa alle leadership del Partito democratico per le presidenziali Usa. Una sfida che toccherà tutti gli stati ed assegnerà delegati e quindi voti, concludendosi con la convention democratica di Milwaukee dal 13 al 16 luglio dove verrà ufficialmente nominato lo sfidante di Trump per le elezioni di novembre.

Sono ben 18 i candidati rimasti in lizza. Non tutti hanno reali possibilità, per alcuni è un modo per avere visibilità, per altri semplicemente un trampolino di lancio o banalmente una potenziale leva politica da sfruttare a livello locale. Ad oggi, anche se le cose possono cambiare rapidamente, la maggior parte degli analisti pensa che il candidato democratico alla presidenziali Usa uscirà da una rosa ristretta di tre nomi: Joe Biden, Bernie Sanders ed Elizabeth Warren.

Joe Biden

L’ex vice del presidente Barack Obama è sicuramente il favorito dei sondaggi. La ragione per cui venne scelto da Obama è esattamente la stessa che lo rende un candidato solidissimo, ovvero la sua popolarità tra la classe media americana. Dopo trentasei anni passati nel Senato americano, Biden incarna la tradizione del partito in contrapposizione con l’ala più riformista rappresentata da Sanders. Grande conoscitore delle dinamiche di Washington, è visto come un democratico che può lavorare anche con una eventuale maggioranza del congresso repubblicana.

Proprio la prolungata esposizione politica può giocare a suo sfavore esattamente come successe a Hillary Clinton: la sua lunga carriera non priva di errori e gaffes anche clamorose, sarà analizzata al microscopio e fornirà spunti per i suoi avversari. Come ad esempio il suo supporto alla guerra in Iraq del 2002 che ha sicuramente scatenato le ire della componente più liberal del partito democratico.

Vi è poi il dubbio riguardante la sua età: a 76 anni non è facile affrontare una lunga ed estenuante campagna elettorale come quella per le presidenziali Usa e, in caso di equilibrio, anche un solo dibattito affrontato in maniera poco lucida può cambiare il corso delle votazioni.

La sua proposta in economia non è dettagliata come quella di alcuni suoi avversari e non contiene proposte rivoluzionarie, ammicca alla middle-class ma senza demonizzare la grande finanza come invece fanno Sanders e la Warren. Sul sito ufficiale di Biden leggiamo: “Questa nazione non è stata costruita dai banchieri di Wall Street o dagli amministratori delegati degli Hedge Funds, ma dalla classe media americana” e allo stesso tempo recentemente ha affermato “500 miliardari non sono il problema dell’America, non sono loro i cattivi”.

La sua campagna è tutta improntata sulla convinzione che vi sia una profonda differenza tra l’elettorato democratico dipinto dai media come giovane e con posizioni estreme su temi come economia ed ambiente, e quello reale molto più vecchio e conservatore.

Elizabeth Warren

La senatrice del Massachussets è da sempre una favorita della sinistra progressista del Partito democratico per le sue posizioni fortemente critiche nei confronti della grande finanza. Gode di un vasto consenso tra le classi meno abbienti (attualmente è al secondo posto nei sondaggi con il 22% delle preferenze contro il 27% di Biden) e la sua campagna è fortemente incentrata sul miglioramento delle condizioni di vita dei più deboli attraverso una più equa redistribuzione delle risorse.

Propone una riforma fiscale che prevede una tassa del 2% su patrimoni superiori a 50 milioni di dollari e una del 3% su quelli che superano il miliardo, cosa che la rende particolarmente invisa ai potentissimi superricchi americani che spesso con le loro donazioni fanno la differenza nella corsa elettorale.

L’ex professoressa di Harvard ritiene che l’America abbia un grande problema in termini di creazione di posti di lavoro e mira ad un aumento delle aliquote marginali per i più ricchi che vadano a finanziare opere pubbliche come nuove strade, ponti e impianti idrici al fine di creare lavoro. E’ una grande sostenitrice della semplificazione delle leggi riguardanti la piccola media impresa che ritiene la vera anima degli Stati Uniti, in modo da consentire agli imprenditori di organizzarsi meglio e di fornire migliori salari e condizioni di lavoro.

Il problema principale è che dovrà dividere la stessa base di elettori con un altro candidato forte, Bernie Sanders, con cui condivide i principi economici ma che è considerato ancora più rivoluzionario.

Il dubbio è che se le sue idee potrebbero consentirle di spuntarla nelle primarie democratiche, non è affatto detto che piacciano alla tradizionalista classe media americana.

Bernie Sanders

Nonostante l’età avanzata – il senatore del Vermont avrà compiuto 79 anni il giorno delle elezioni presidenziali – Sanders ha conquistato nel tempo una bella fetta dell’elettorato democratico grazie alle sue visioni decisamente rivoluzionarie e alla sfida impossibile a Hillary Clinton per la nomination nel 2016.

E’ sicuramente un nome molto conosciuto e sappiamo quanto sia importante questo per l’elettorato americano, ma è in qualche modo vittima del suo stesso successo.  Se è riuscito nell’impresa di spostare il Partito Democratico a sinistra (sempre che abbiano ancora senso queste distinzioni, soprattutto negli Stati Uniti) è anche vero che oggi non è più l’unico candidato a portare avanti determinate istanze.

Malgrado l’appoggio dell’astro nascente del Partito Democratico, la giovane deputata Alexandria Ocasio-Cortez, è stato in qualche modo messo da parte dalla Warren e dalle sue proposte sulla tassazione progressiva dei redditi che hanno attirato le attenzioni di Biden e con cui spesso si scontra in televisione catturando l’audience americana.

Sanders si descrive come un socialdemocratico e ammiratore delle politiche economiche scandinave, vorrebbe una economia che funzioni per tutti, non solo per i più ricchi. Propone una riforma del sistema politico, che ritiene ingiusto e in qualche modo corrotto, ed un sistema sanitario più equo.  Sostiene che la socialdemocrazia non è in alcun modo legata al marxismo o all’abolizione del capitalismo, ma piuttosto un programma che mira al benessere comune.

Le possibili sorprese

Dietro questi tre nomi che insieme raccolgono al momento quasi il 70% dei consensi degli elettori democratici, si sono poi alcuni candidati che possono riservare alcune sorprese.

E’ il caso del giovane sindaco di South Bend, Indiana; il trentasettenne Pete Buttigieg che è in forte crescita di consensi ed è dato addirittura come favorito nelle prime votazioni che si terranno in Iowa a febbraio. Sono in molti a pensare che una affermazione nelle prime consultazioni ufficiali aumenterebbe di molto la popolarità di Buttigieg e darebbe una forte spinta al suo consenso, attualmente fermo intorno al 10% a livello nazionale.

Veterano dell’esercito, ha già dimostrato di poter vincere a livello locale in uno stato tradizionalmente repubblicano e gode del favore dei millennials, ovvero la generazione nata alla fine del secolo scorso e che oggi ha tra i 25 e i 40 anni. Essendo dichiaratamente omosessuale ha il supporto della vasta ed influente lobby Lgbt e nel suo programma vi è una legge federale tendente a proibire qualsiasi tipo di discriminazione sessuale.

Si considera un “capitalista democratico”, considera l’eccessiva automazione come la principale perdita di posti di lavoro nel settore manifatturiero ed è un fautore di una collaborazione più stretta tra leader politici e sindacali.  Per vincere, oltre alle possibili affermazioni in Iowa e New Hampshire servirà aumentare la sua base di elettori, magari pescandoli tra quelli di Biden che sembra il candidato a lui più vicino in termini di progetto politico.

In calo invece le quotazioni di Kamala Harris la ex procuratrice generale di San Francisco che sembrava potesse emergere come la vera alternativa ai tre senatori. La cinquantacinquenne californiana ha sicuramente le capacità per emergere durante i durissimi dibattiti televisivi, ma proprio la sua fama di avvocato integerrimo nel perseguire i criminali le ha attirato qualche critica da parte della componente più progressista del partito, che le ha rimproverato di non essere sempre stata sensibile ai diritti degli accusati.

Non sembra avere grandi possibilità nemmeno l’imprenditore Andrew Yang che ha nella comunicativa e nel sapiente uso dei social network le sue armi migliori. Malgrado la sua totale inesperienza politica si è ben difeso nei primi dibattiti portando avanti la sua rivoluzionaria battaglia sul “freedom dividend”, ovvero la proposta di un importo mensile pari a 1.000 dollari al mese che il governo americano dovrebbe impegnarsi a versare a tutti gli americani di età compresa tra i 18 e i 64 anni. Una sorta di rendita minima universale che dovrebbe contrastare il taglio dei posti di lavoro dovuti all’automazione. Diciamo che il massimo a cui possa puntare Yang è che qualche altro candidato più forte tenga in considerazione la sua proposta.

Il fattore Bloomberg

Con una mossa a sorpresa negli scorsi giorni l’ex sindaco (repubblicano) di New York, il miliardario re dell’informazione finanziaria Michael Bloomberg ha annunciato la sua corsa alle primarie democratiche. Con il suo patrimonio personale da oltre 50 miliardi di dollari non avrà problemi a finanziare la sua campagna e questo sicuramente è un vantaggio rispetto agli altri candidati che devono basarsi sulle donazioni, quello che sembra mancare è il tempo.

Nonostante il prevedibile bombardamento mediatico la sua campagna partirà con mesi di ritardo e Bloomberg ha già affermato che salterà le consultazioni di febbraio, rinunciando a priori ad un buon numero di delegati da portare alla convention democratica.

E’ difficile calcolare l’impatto che potrà avere la discesa in campo dell’ottavo uomo più ricco del pianeta, probabilmente finirà con l’oscurare con la sua potenza finanziaria e mediatica i candidati di basso profilo, e almeno nelle sue intenzioni potrebbe andare ad intercettare parte dell’elettorato moderato.

Il rischio concreto è che vada ad indebolire le posizioni di Biden o Buttigieg e strappi loro qualche delegato negli stati più grandi, con il poco voluto effetto di andare a rafforzare i candidati più radicali, il cui elettorato giovane e progressista non può subire il fascino di Bloomberg definito proprio dal senatore Sanders come “un altro oligarca che cerca di comprarsi la presidenza degli Stati Uniti”.

Claudio Freschi

2 Commenti

  1. 2 vecchi rinco ed una sciattona che vuol tassare Gates e MrFaccialibro al 3% ????? oltre
    ai ricconi tipo De Niro ……

    Propone le STESSE cose di Donald … ma nel partito sbagliato ….

    Gli americani stupiscono sempre per le loro scelte …. un cazzone come Kennedy al posto del
    GIGANTE NIXON ….
    Ad oggi Donald è il vincitore … diciamo 100 a 10 sullo sfidante . ma .. si sa mai , vedi che voteranno il frocio , visto che il frocismo è di moda .

Commenta