Roma, 1 ago – La guerra “russo-americana” in Ucraina potrebbe estendersi ai Balcani? E’ la domanda che molti, inevitabilmente, si pongono in queste ore dopo le scintille tra Serbia e Kosovo. Se la prima nazione è storicamente sostenuta da Mosca, la seconda deve la propria esistenza anche alle manovre di Washington. Il Kosovo è uno Stato che per la Serbia semplicemente non esiste. Considerato da Belgrado una propria regione, resta un piccolo Stato balcanico a riconoscimento limitato. Al 2022 l’indipendenza dalla Serbia, dichiarata nel 2008, è difatti riconosciuta da 98 Stati membri delle Nazioni Uniti su 193. Parliamo dunque di un’area geografica che per certi versi rappresenta una bomba ad orologeria piazzata nel cuore dell’Europa.

Il jihadismo trascurato

Da non trascurare – come purtroppo fatto negli ultimi anni dall’Unione europea – è poi il terrorismo che si annida nei meandri della piccola Repubblica balcanica. Nello studio Western Balkans Foreign Fighters and Homegrown Jihadis: Trends and Implication, pubblicato nel novembre 2020 dal Combating Terrorism Centre di West Point, si sottolineava il problema dell’islamismo jihadista nel cuore dei Balcani. E in particolare proprio in Kosovo. Dal 2012 al 2019, spiegava l’autore dello studio Adrian Shtuni, circa 1.070 cittadini di Kosovo, Bosnia-Erzegovina, Nord Macedonia, Albania, Serbia e Montenegro si recarono in Siria e Iraq per combattere sotto le insegne dell’Isis. Il Kosovo fu il Paese da cui partirono più jihadisti: 256. Come se non bastasse, alcuni di questi terroristi vennero poi rimpatriati nel microstato balcanico. Peccato che le sentenze inflitte loro siano state a dir poco miti: condanna media a 3 anni e mezzo. Di conseguenza nel 2019 il 40% dei jihadisti condannati era già uscito dalle carceri kosovare.

Nuovi venti di guerra, cosa succede tra Serbia e Kosovo

Le nuove tensioni tra Belgrado e Pristina sono sorte per un motivo in apparenza futile: l’annuncio di una legge che vieta documenti di identità e targhe serbe in Kosovo a partire da oggi primo agosto. La misura, poi posticipata di un mese, è di fatto uno schiaffo alla minoranza serba che risiede in Kosovo. Per tutta risposta il presidente serbo, Alexandar Vucic, ha ventilato una risposta dura: “I serbi del Kosovo non tollereranno altre persecuzioni. Cercheremo la pace, ma lasciatemi dire che non ci arrenderemo. La Serbia non è un Paese che si può sconfiggere facilmente come lo era ai tempi di Milosevic”. Due giorni fa centinaia di serbi che vivono in Kosovo hanno dato vita a barricate, blocchi stradali e proteste, sparando anche colpi di armi da fuoco verso la polizia locale.

Un’altra guerra in Europa? Chiedere a Mosca e Washington

In questo scenario, si inserisce lo scontro a distanza (per ora) tra Russia e Stati Uniti. “Pristina – ha fatto sapere la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova – sa che i serbi non rimarranno indifferenti quando si tratta di un attacco diretto alle loro libertà e si prepareranno a uno scenario militare”. Mentre la Nato replica che non resterà a guardare: “La missione internazionale Kfor sotto la guida della Nato In Kosovo sta monitorando da vicino la situazione ed è pronta a intervenire se la stabilità fosse messa a repentaglio; la situazione generale della sicurezza nei comuni settentrionali del Kosovo rimane tesa”. Un pericoloso braccio di ferro che evoca lo spettro di un nuovo, possibile, conflitto alle porte d’Italia.

Eugenio Palazzini

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3 Commenti

  1. NO, basta, basta. Ora Bidè esagera !!! Ma perché non se ne va a rompere i cosiddetti ai Paesi del Centro o Sud America??? perché se lo facesse avrebbe la guerra in casa mentre così gli basta guardare la guerra dalla finestra e godere della disfatta dei Paesi Europei. Mandatelo a quel Paese, è già molto più di quanto si merita.

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