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Manila, 7 feb – Dopo l’annuncio della settimana scorsa riguardo la fine alla guerra al narcotraffico, il presidente filippino Rodrigo Duterte si prepara ad affrontarne un’altra contro i ribelli comunisti. In vista della ripresa del conflitto ha dichiarato “siamo pronti per una guerra di lunga durata”. Il dialogo tra il governo filippino e il Nuovo Esercito del Popolo (NPA), braccio armato del Partito comunista delle Filippine, è stato interrotto dai ribelli con la fine della tregua annunciata per il 10 febbraio. Tre giorni dopo è arrivata anche la decisione del governo di abbandonare i negoziati di Oslo, che erano iniziati nell’agosto scorso di comune accordo tra le parti.

Alla base della rottura del processo di pace, c’è la richiesta di liberazione di 400 guerriglieri avanzata dal NPA e rifiutata da Duterte che la considera “esagerata”. Il presidente filippino, appena insediatosi nel giugno scorso, aveva liberato alcuni capi dei ribelli per rilanciare il dialogo e permettere la ripresa dei colloqui nella capitale norvegese. La decisione dei ribelli comunisti di rompere la tregua ha mandato su tutte le furie Duterte, che ha dichiarato furente “Non mi interessa parlare con loro, mi rifiuto di parlare con loro. Abbiamo combattuto per 50 anni, se ne vogliono altri 50, non ci sono problemi. Saremo felici di compiere questa volontà”.

Nel prosieguo del suo intervento Duterte mette la parola fine sul processo di pace da lui iniziato “Non sono pronto per riprendere (i colloqui di pace). Ho tentato di tutto. Ho fatto tutto, ho liberato i prigionieri e i loro capi”. La guerra interna alle Filippine, in corso a fasi alterne dal 1968, era ripresa nel 2013 con il rifiuto dell’ex presidente Benigno Acquino III di liberare di tutti i guerriglieri comunisti.

Guido Bruno

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