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euro trump draghiRoma, 7 feb – L’euro è manipolato? Sì, no, forse. E’ sempre più forte lo scontro fra il presidente americano Donald Trump e quello della Bce Mario Draghi, che si accusano a vicenda in merito alle rispettive politiche commerciali e valutarie che intendono porre in essere.

Con il nuovo corso della politica d’oltreoceano Trump non ha mai fatto mistero di voler riesumare il caro vecchio protezionismo, visto come unica forma di difesa nei confronti di economie aggressive e, a suo giudizio, sleali concorrenti rispetto alle produzioni americane. Un attacco frontale non solo nei confronti della Cina, la quale rappresenta il paradigma dell’industria che sfrutta condizioni di lavoro a basso costo e, grazie ad una gestione poco trasparente dello yuan, pure il valore (basso) della moneta nazionale. Ad essere oggetto degli strali di Trump è, infatti, anche la Germania. L’accusa nei confronti di Berlino è, mutatis mutandis, la stessa: la più grande economia continentale trarrebbe un indebito vantaggio rispetto agli altri paesi dell’eurozona grazie ad una moneta artificialmente sottovalutata rispetto al fu marco. Ciò permette di spingere alle stelle l’export tedesco, a livelli record e ormai stabilmente capace di inondare con i propri prodotti (comparativamente meno costosi) i mercati non solo europei, ma mondiali.

Da questa circostanza nasce lo scontro con Trump, che ha individuato nell’euro lo strumento principe della politica mercantilista tedesca. Tanto da proporre l’euroscettico (se non addirittura apertamente ostile all’Ue) Ted Malloch come ambasciatore a Bruxelles, suscitando l’ira di Socialisti e Popolari insieme. La diatriba sembra acuirsi giorno dopo giorno, fino alle parole pronunciate ieri da Draghi: “L’Ue è nata basandosi sul concetto del libero scambio, l’Euro è irrevocabile e noi non lo manipoliamo“. Nulla da dire: non risulta agli atti alcun passo indietro relativamente all’integrazione continentale, né alcuna manovra azzardata sul mercato dei cambi tale da giustificare le accuse che arrivano da Washington. E però un problema c’è: perché è forse vero che la Bce non gioca sul valore della moneta guadagnandone profitto, ma è anche vero che l’euro in sé è un cambio manipolato. Svalutato, nello specifico, rispetto alla Germania, tutto sommato alla pari rispetto ad Olanda e Austria e in parte Francia, sopravvalutato rispetto a tutti gli altri paesi, che sono costretti con la svalutazione interna a riequilibrare i differenziali che una volta venivano riassorbiti dalle normale fluttuazioni quotidiane dei valori delle rispettive monete.

Nessun attacco “di principio”, dunque, ma solo il perseguimento del proprio (più o meno legittimo) interesse nazionale. Mossa che potrebbe, peraltro, trovare importanti alleati proprio…in Germania. Non è mistero che la scelta di Draghi di puntare sul quantitative easing come palliativo per mascherare le crescenti difficoltà delle nazioni che adottano l’euro abbia sì, da un lato, spinto ulteriormente le esportazioni tedesche grazie alla maggiore debolezza della moneta, ma allo stesso tempo la politica dei tassi bassi ha azzerato i margini delle banche teutoniche, zavorrate da numerosi crediti in sofferenza e alle prese con una montagna di derivati potenzialmente esplosiva. Deutsche Bank e le sue conclamate difficoltà, in questo quadro, rischiano di essere solo una delle tante mine pronte ad esplodere e mostrare nella loro crudezza tutti i piedi d’argilla del gigante tedesco. Ecco spiegato lo scontro, a sua volta, intestino, che vede il presidente della Bundesbank (e membro della Bce) Jens Weidmann e il ministro delle finanze della Merkel, Wolfgang Schaeuble schierati di volta in volta, a seconda dei casi, contro il timoniere Draghi. Sorge spontaneo il dubbio: ma la sedicente locomotiva d’Europa – che poi in realtà va solo al traino degli altri – da che parte sta?

Filippo Burla

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