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Roma, 12 giu – Ha preso meno che alle presidenziali, ma questo si sapeva. Ha preso anche meno delle legislative del 2012, e questo è invece un bel problema. Il Front national fa i conti con una pesante sconfitta alle elezioni che hanno visto il trionfo di Emmanuel Macron. Il partito di Marine Le Pen si piazza al terzo posto, dietro En Marche e dietro anche ai Repubblicani. Il suo score (13,2%) è a dir poco deludente. Rispetto alle presidenziali, ha perso quasi 4 milioni di voti, ma ha fatto anche peggio delle legislative del 2012, in cui aveva raccolto il 13,6%. Dove sono finiti questi voti? In gran parte nell’astensione record, ma anche verso la destra moderata.

Non solo: il meccanismo a doppio turno e il sistematico accordo anti-frontista degli altri candidati al ballottaggio dovrebbe far portare a casa al Fn solo una manciata di deputati, tra i 2 e i 5 (nel parlamento uscente ne aveva 2). La formazione di un gruppo parlamentare, per cui ne servono 15, è del tutto fuori discussione. Tra gli eletti, per la prima volta, potrebbe esserci Marine Le Pen: nella circoscrizione Pas-de-Calais, che comprende il suo feudo di Hénin-Beaumont, la leader frontista ha preso il 45%, quindi più di quanto aveva preso al primo turno delle presidenziali (41,17%). Tra gli altri buoni risultato singoli, quello di Louis Aliot, nella circoscrizione Pyrénées-Orientales, piazzatosi in testa col 30,80 % dei voti, così come, nella Moselle, è arrivato primo con il 23,79% anche Florian Philippot.

Lo stato di salute del partito, tuttavia, non è certo dei migliori. La (temporanea?) ritirata di Marion Le Pen ha fatto emergere in modo clamoroso tutte le fratture interne e le ambiguità politiche. Il Front national è apparso alle presidenziali (e, per ricasco, alle legislative che vengono immediatamente dopo) nervoso dialetticamente e timoroso programmaticamente, laddove avrebbe dovuto accadere l’inverso: Marine si sarebbe dovuta presentare come tranquilla e rassicurante nei modi, spingendo però sui temi identitari, inspiegabilmente trascurati nel discorso ufficiale dell’ultimo Front national. Fra i quadri territoriali del partito monta l’insofferenza nei confronti dell’onnipotente Philippot e, in generale, del cerchio magico di Marine, sempre più staccato dalla base e, a quanto pare, dalla Francia reale.

L’impressione è che, nelle alte sfere del partito, sia stata completamente toppata tutta l’analisi sul contesto sociopolitico francese. Lo schema “popolo vs élite” è interessante, ha molta parte di verità, è ottimo come argomento propagandistico, ma non bisogna affidarvisi ciecamente. Per prima cosa, tale schema implica una visione del popolo idealistica, come se esso fosse un blocco granitico in cerca di rivoluzione. Ma il popolo non vuole la rivoluzione, non in questa fase. O, quanto meno, vuole una rivoluzione graduale, “tranquilla”, rassicurante, senza salti nel buio. Vuole, insomma, un cambiamento riformistico. Sta alla bravura di chi vuole intercettarne il consenso saper mettere della “rivoluzione” dentro alle riforme chieste dall’elettorato. In secondo luogo, la crisi delle élite è stata largamente sopravvalutata. Sia il trionfo di Macron, sia la tenuta della destra moderata, danno l’idea di quanto fosse sbagliato il calcolo. Il sistema non era in crisi, stava solo facendo un gioco delle tre carte. Con una spolverata di giovanilismo e diverse mosse azzeccate, Macron ha potuto fare il pieno di voti con istanze liberali e filo-Ue nel momento storico in cui sia il liberalismo che la Ue sembravano in crisi irreversibile. Come al solito, fare le cose più semplici di quello che sono porta a bruschi risvegli. Il Front national si sta risvegliando? Per ora si agita ancora in preda all’incubo.

Adriano Scianca

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