Diversi analisti hanno individuato nella crisi ucraina l’occasione per veder realizzato uno dei sogni da sempre cullati a Washington: staccare per sempre la Germania – e più in generale l’Europa – dalla Russia. Uno studioso che danni affronta questa tematica è Salvatore Santangelo. Giornalista e docente universitario, firma di Huffington Post, Startmag e Geopolitica.info, l’analista abruzzese tempo fa ha pubblicato un saggio dall’eloquente titolo di Gerussia: l’orizzonte infranto della geopolitica europea a trent’anni dalla caduta del Muro. Lo abbiamo intervistato per capire qualcosa di più della crisi ucraina.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di aprile 2022

Intervista a Salvatore Santangelo

Perché scoppia questa guerra, al di là delle narrazioni delle due parti? Quali sono le responsabilità di Putin e quali degli altri attori (Usa e Ue)?

«Questa guerra – mutuando il titolo da un famoso libro sul Secondo conflitto mondiale – è a tutti gli effetti la “Guerra di Putin”. È lui che ha scelto la finestra di opportunità, che ne sta dettando i tempi militari e diplomatici, e che plasticamente incarna il disegno ideologico che fa da trama a questa drammatica scelta. Detto questo, come in ogni guerra, ci sono quattro livelli da analizzare. Nel primo, quello tattico, gli ucraini stanno con coraggio contendendo il terreno – palmo a palmo – all’invasore, scrivendo una nuova, tragica pagina della loro epica nazionale. La dimensione “operazionale” dei combattimenti ci descrive invece una tendenza generale del conflitto (segnato fin dalle prime ore dell’invasione): se non dovesse intervenire una variabile nuova (che al momento non appare all’orizzonte), l’esito appare scontato. 

Il quadro strategico di questa guerra regionale ha in sé molti aspetti che velocemente la stanno trasformando in globale. In questo senso, il vero protagonista di quella che un tempo gli Stati Maggiori chiamavano “Grande strategia” è il Partito comunista cinese: quello che farà la leadership di Pechino – dopo la lacerante scelta di Putin – segnerà le sorti di quel fenomeno che chiamiamo “globalizzazione”. Vale la pena notare che non c’è “contraddizione” della (non)globalizzazione che non sia investita da una dinamica polemologica: dalla sfera climatico-ambientale, passando per quella cyber, fino alla materica concretezza dei confini, ovunque si sta affacciando il volto beffardo del Dio della guerra.

Tornando per un attimo alla terza dimensione dell’analisi (la sfera strategica), certamente questa è quella in cui gli Usa hanno dimostrato di riuscire a dosare meglio degli altri attori soft e hard power, implementando quello che Joseph Nye ha chiamato smart power e riuscendo quindi a definire la cornice strategica a loro più favorevole, ottenendo per ora i dividendi più elevati. Ma, nel momento in cui stiamo parlando, siamo ancora alle battute iniziali, ai movimenti dei pedoni, e le scacchiere sono più di una. Ci vorrà ancora del tempo per tracciare un primo, realistico bilancio».

Lei ha scritto un libro (GeRussia, Castelvecchi RX) sui molteplici rapporti tra Russia e Germania. È possibile che gli Usa abbiano soffiato sul fuoco anche per auspicare una rottura di questo asse?

«Intanto mi consenta una premessa: l’analista George Friedman di Stratfor ha esplicitamente indicato – tra le priorità strategiche Usa – proprio quella di scavare una voragine tra Berlino e Mosca. Di fatto, si tratta di una “volgarizzazione” delle posizioni alla base delle riflessioni teoriche di due personaggi di spessore certamente maggiore: il geografo, e tra i fondatori della London School of Economics, Halford J. Mackinder (a cui si deve la famosa “profezia”: “Chi controlla l’Est Europa comanda l’Heartland: chi controlla l’Heartland comanda l’Isola-Mondo: chi controlla l’Isola-Mondo comanda il mondo”); e l’ammiraglio statunitense Alfred T. Mahan, teorico del potere navale. 

Detto questo, esprimo – come già fatto in altre occasioni – le mie perplessità nei confronti della geopolitica come disciplina olistica, e sul fatto che il pensiero strategico e le sue implementazioni operative possano seguire un approccio così meccanicistico. Anche perché basterebbe agli avversari fare esattamente il contrario per sventare i piani del nemico, piani espressi in modo così sfacciato e per certi versi violento. Certo, qualcuno potrebbe obiettare che – come ha insegnato Edgard Allan Poe a generazioni di romanzieri noir – il modo più semplice per nascondere una verità è metterla in bella evidenza.

Certamente l’attuale doppia crisi in atto – non dobbiamo mai dimenticare quello che accade al largo di Taiwan – ha come obiettivo primario quello di prosciugare sacche di ambiguità da parte degli “alleati” (in primis Germania e Giappone, ma anche Italia) e rimettere tutti in riga. Un intento – dal punto di vista Usa – più che legittimo, considerando il loro enorme impegno (politico, finanziario, militare) prima nella Guerra fredda e successivamente nella Fase unipolare. 

Il problema è che la crisi della globalizzazione ha generato delle lacerazioni profonde nel cosiddetto Occidente, e pezzi delle nostre classi dirigenti hanno pensato di poter scommettere sul declino statunitense e sulla costruzione di un nuovo assetto internazionale; si tratta di due fenomeni dai contorni ancora confusi, e quindi coloro che hanno puntato il proprio capitale politico in questo senso, forse, lo hanno fatto troppo presto, e potrebbero pagare un prezzo molto alto per questo errore di valutazione.  

Comunque, l’ipotesi della “non tenuta” socio-politica del “centro” del sistema – gli Stati Uniti appunto – è assai concreta nel momento in cui gli Usa appaiono sempre più simili a un sistema-Paese che non a una vera e propria società, e la storia insegna che – con contraddizioni di questo tipo – un sistema difficilmente riesce a convivere, soprattutto in caso di un prolungato periodo di recessione economica e di un ulteriore acuirsi dell’instabilità internazionale, fenomeni amplificati dalle dinamiche geopandemiche. Sarà interessante immaginare cosà potrebbe accadere successivamente: assisteremo all’avvento degli “ultimi titani” (parafrasando Ernst Jünger), oppure a una feroce lotta all’ombra de Il fantasma sul trono (dal titolo del brillante saggio di James Romm sulla spietata lotta dei Diadochi per spartirsi le spoglie dell’impero ellenistico dopo la morte di Alessandro Magno)?» 

I rapporti tra Europa e Putin sono rotti per sempre o possiamo sperare, almeno nel medio periodo, a una ricomposizione?

«Ormai mi sono convinto che il 24 febbraio rappresenta un super 11 settembre e che Putin – abbracciando definitivamente una visione etnonazionalista – si sia posto essenzialmente due obiettivi. Uno tattico: la riunificazione di tutti i russofoni. Da qui come risultato minimo della Campagna d’Ucraina avremo – a prescindere dall’eventuale sbocco istituzionale – la definizione di uno spazio a est del Dnepr con queste caratteristiche di omogeneità politico-culturale. L’altro obiettivo, di maggiore ambizione, potrebbe essere la…

La tua mail per essere sempre aggiornato

Commenta