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Chi era David RockefellerRoma, 21 mar – È morto David Rockefeller. Il magnate si è spento a 101 anni. Nato a New York, il 12 giugno 1915, era figlio di John Davidson Rockefeller Jr., oltre che ultimo dei nipoti del patriarca John D., fondatore nell’800 della Standard Oil Company. Nell’ultimo numero di Forbes era stato inserito al 581mo posto tra più facoltosi del pianeta e al primo tra i ricchi più anziani grazie a un patrimonio di 3,3 miliardi di dollari. Nel suo curriculum non manca qualche esperienza in politica: da poco laureato, venne assunto come segretario del noto sindaco di New York, Fiorello La Guardia. Per il resto della sua vita, tuttavia, preferirà controllare la politica anziché farla direttamente: quando presidenti ideologicamente molto diversi fra loro come Carter e Nixon gli offrirono il posto di segretario al Tesoro, lui declinò. Preferì, piuttosto, dedicarsi alla sua carriera di banchiere: dal 1961 al 1981 è stato ai vertici della Chase Manhattan Bank (di cui la sua famiglia non ha mai detenuto una quota superiore al 5%), che nel 2000 si è fusa con JP Morgan. Nel 1969 David Rockefeller diventò il numero uno assoluto della Chase Manhattan, trasformandola in un colosso globale.

Ha partecipato, e spesso creato, i circoli esclusivi del potere mondialista, dal Council on Foreign Relations alla Commissione Trilaterale. Fu lui, inoltre, a organizzare nel 1954 a organizzare in Olanda la prima riunione del gruppo Bilderberg. Fu quando quest’ultimo non volle ammettere i giapponesi che Rockefeller decise di fondare la Trilateral Commission. Pur respingendo l’accusa di essere a capo di una cospirazione per la creazione di un governo unico mondiale, ne rivendicava comunque il ruolo in chiave morale, come emerge da una famosa citazione tratta dalla sua autobiografia: “Qualcuno ancora pensa che facciamo parte di una setta segreta che agisce contro i principali interessi degli Stati Uniti, dipingendo me e la mia famiglia come internazionalisti e accusandoci di cospirare per costruire una struttura politica ed economica più integrata a livello globale; un mondo unico, se volete. Bene, se questa è l’accusa, mi dichiaro colpevole. E ne sono fiero” (Memoirs. New York: Random House, p. 405).

Un aspetto interessante dell’attività di Rockefeller deriva dai suoi rapporti con regimi e politici comunisti. Era, del resto, una tradizione di famiglia: dopo la rivoluzione bolscevica, la Standard Oil aveva acquistato il 50% di enormi giacimenti di petrolio del Caucaso, sebbene la proprietà fosse teoricamente stata nazionalizzata. Nel 1927, Standard Oil costruì una raffineria in Russia, con uno dei primi investimenti degli Stati Uniti in Russia dopo la rivoluzione. Fu con lui alla guida della Chase Manhattan che venne aperta la prima filiale di un istituto di credito americano a Mosca, e in Cina nel 1972, dopo la visita di Richard Nixon in quel paese. Della Cina della Rivoluzione culturale farà un ritratto entusiastico, che non avrà nulla da invidiare ai maoisti di casa nostra che si recavano in pellegrinaggio nella terra delle Guardie rosse: “Qualunque sia il prezzo della rivoluzione cinese, ha ovviamente avuto successo, non solo nella produzione di un’amministrazione più efficiente e dedicato, ma anche nel favorire un morale alto e la comunità proporre. L’esperimento sociale in Cina sotto la guida del presidente Mao è uno dei più importanti e di successo nella storia umana”. Ha fatto affari e stretto legami con vari dittatori comunisti, come Fidel Castro, Nikita Krusciov, e Mikhail Gorbaciov. Mentre l’amministrazione Reagan sosteneva i guerriglieri anti-marxisti in Africa, Rockefeller fece un tour in 10 nazioni del continente e dichiarò che il marxismo africano non era una minaccia per gli Stati Uniti o per gli interessi commerciali americani. La cosa non è peraltro in contraddizione con quanto lo stesso Rockefeller disse a un summit sul Sudamerica: “Il capitalismo, non il marxismo, è il sistema rivoluzionario. I governi hanno solo cercato, fallendo miseramente, di imitare i successi del settore privato”. Qualche decennio dopo, il ripiego dei comunisti sulle posizioni delle multinazionali gli avrebbe dato ragione.

Adriano Scianca

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