Ayako SonoRoma, 20 feb – Una delle più famose scrittrici giapponesi, Ayako Sono, molto vicina al premier Shinzo Abe, sta facendo discutere per un suo articolo in cui sembra proporre l’apartheid di stampo sudafricano come metodo ideale per gestire l’immigrazione nell’arcipelago del Sol Levante.

In un editoriale dall’inequivocabile titolo di “Lasciateli entrare, ma teneteli a distanza” apparso sul quotidiano Sankei – molto vicino alle posizioni di Abe e letto da un milione e mezzo di giapponesi – la scrittrice propone che il Giappone si apra a una immigrazione di lavoro ma che allo stesso tempo operi una vera e propria segregazione degli immigrati.


La scrittrice sembra avere in mente un modello ben preciso: “Da quando mi sono interessata alla situazione del Sudafrica, 20 o 30 anni fa, io sono convinta che sia meglio che le razze vivano separate, come accadeva in quel paese con bianchi, neri e asiatici”. Per Sono, “gli uomini possono fare molte cose insieme: lavorare, fare ricerca scientifica o sport. Ma per quanto riguarda vivere, noi dobbiamo restare separati”.

Ayako Sono è da sempre molto ascoltata alla corte del premier Shinzo Abe: quando quest’ultimo lasciò il governo nel 2007 (vi tornerà nel 2012), passò la sua prima cena ufficiale a casa della scrittrice. Nel 2013 il premier nipponico la nominò membro del Comitato per la riforma dell’educazione. Ironia della sorte, Sono ha per molto tempo presieduto una onlus che ha finanziato progetti di sviluppo in Africa.

Nell’agosto 2013 un altro suo articolo fece molto discutere per le sue critiche alle donne che insistono nel voler mantenere il posto di lavoro dopo il parto, a cui Sono consigliava di rimanere a casa e crescere i loro figli. Alle voci critiche, il Sankei ha risposto difendendo la sua decisione di pubblicare il pezzo: “Si tratta di una rubrica fissa di Ayako Sono. Noi crediamo sia naturale che esistano opinioni diverse”.

Del resto in Giappone la percezione del fenomeno immigratorio è completamente diversa dalla nostra: gli stranieri sono meno del 2% della popolazione, i matrimoni misti sono il 3,2% del totale, solo l’1,9% dei bambini ha un genitore straniero. Con 120 milioni di abitanti, il Giappone concede meno naturalizzazioni della Svizzera, che ne ha 8 milioni. Nel 2013 i casi di asilo politico concesso sono stati sei.

Le leggi giapponesi sulla cittadinanza, del resto, lasciano poco spazio a invasioni incontrollate: in Giappone vige lo ius sanguinis e l’articolo 2 del decreto sulla nazionalità prevede soltanto tre situazioni in cui una persona può diventare cittadina giapponese: “Quando almeno un genitore è cittadino giapponese alla nascita del figlio, quando il padre è morto prima della nascita del figlio ed al momento della morte era cittadino giapponese, quando la persona è nata sul suolo giapponese ed entrambi i genitori sono sconosciuti od apolidi”.

Per quanto riguarda le domande di naturalizzazione l’articolo 4 del decreto chiede tra i requisiti imprescindibili: “un capitale sufficiente o lo svolgimento di un mestiere” e soprattutto “la rinuncia alla cittadinanza precedente”. Per la legge giapponese inoltre la doppia cittadinanza è inammissibile, o si è giapponesi o si è stranieri. Nel 2009 il governo ha inoltre scelto di donare 300 mila yen (pari a 2.300 euro) a tutti quegli stranieri intenzionati a lasciare il paese, a condizione che non presentassero mai più una domanda di visto.

Adriano Scianca

Commenti

commenti

2 Commenti

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here