Roma, 8 gen — In apparenza quel che potrebbe diventare un autentico ciclone giudiziario contro le piattaforme digitali arriva dagli Stati Uniti, e precisamente da Seattle: un caso fino ad oggi senza precedenti, soprattutto per il fatto che vede protagoniste le istituzioni scolastiche cittadine le quali hanno intentato causa contro Meta (Facebook, Instagram, WhatsApp), Google (YouTube), TikTok e Snap, la società che controlla SnapChat.

Le scuole di Seattle dichiarano guerra a Instagram e TikTok

Fino ad oggi i pochi precedenti erano stati intentati da singoli utenti o da alcune famiglie, ma è la prima volta che tutte le scuole di una metropoli si coalizzano giudiziariamente scagliandosi contro le piattaforme. Ma cosa contestano nello specifico? Lo spiegano gli stessi attori della causa in un articolato comunicato: «i convenuti hanno sfruttato con successo i cervelli vulnerabili dei giovani, agganciando decine di milioni di studenti in tutto il Paese attraverso un circuito vizioso di risposte positive sui social media che porta all’uso eccessivo e all’abuso delle piattaforme. Peggio ancora il contenuto che gli imputati propongono e indirizzano ai giovani è troppo spesso dannoso e teso allo sfruttamento per interessi economici».

Il documento

L’ampio documento di ben novantuno pagine, è un duro atto di accusa contro le piattaforme digitali e il loro asserito modus operandi, reo di aver innescato fenomeni emulativi e dipendenza, tanto emotiva quanto sociale, che avrebbe deviato e distolto i giovani dall’apprendimento scolastico. In buona sostanza, le scuole ritengono che Instagram e TikTok abbiano sia pure indirettamente intralciato il loro operato istituzionale, oltre ad aver acuito problemi come la depressione, gli stati di ansia e di nervosismo nei giovani.

E se, come abbiamo rilevato, questo giudizio sarà un unicum nella storia giudiziaria americana per la particolarità degli attori, tutte istituzioni, c’è da dire che il biennio trascorso 2021-2022 è stato caratterizzato da un notevolissimo contenzioso promosso da famiglie preoccupate per la salute mentale, i risultati scolastici e il futuro dei loro figli un po’ troppo, a loro dire, dipendenti dalla comunicazione social. In alcuni casi, secondo quanto ha rilevato Bloomberg, i giudizi promossi hanno rivestito sfumature assai delicate e pesanti; le famiglie hanno nei fatti accusato i giganti del Tech di aver agevolato il suicidio dei loro figli.

I Facebook Files

E se da un lato c’è da dire che il biennio in questione è stato uno dei più duri per la socialità e per la felicità degli individui, contraddistinto come è stato da lockdown, limitazioni e virtualità forzata, a convincere famiglie e istituzioni delle responsabilità dei giganti dei social vi è stata la rivelazione condotta da una serie di inchieste del Wall Street Journal, i c.d. Facebook Files, originate dalle scottanti rivelazioni fatte dall’ex dipendente di Facebook Frances Haugen.

Una delle accuse più gravi di Haugen è quella secondo cui Meta avrebbe consapevolmente agito facendo leva sulla vulnerabilità dei più giovani. Nel caso di specie, sotto i riflettori sarebbe finita la modellazione dell’algoritmo di Facebook, che secondo Haugen sarebbe premiante dei contenuti più polarizzanti e divisivi, oltre che un rapporto interno a Instagram che avrebbe rivelato la piena consapevolezza di poter generare effetti emotivi devastanti sui ragazzi che utilizzano la nota piattaforma di fotografie. Addirittura, in un report risalente al 2020 si rilevava da parte del team di Instagram, e quindi con piena consapevolezza, come gran parte — circa un terzo del campione raggiunto dalle rilevazioni statistiche — delle ragazze non a proprio agio col proprio fisico subissero moltissimo in termini emotivi la presenza su Instagram, sentendosi ancora peggio. Proprio per questo, in assenza di un preciso intervento legislativo da parte di Washington le scuole di Seattle hanno a quanto pare deciso di muoversi in autonomia.

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

1 commento

  1. facendo leva sulla vulnerabilità dei più giovani …….
    senti , senti il bue WOKE che da del cornuto all’ asino !!!!

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