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Roma, 25 set – Più di tre settimane, tanto è passato dal sequestro di 18 pescatori italiani. Arrestati e reclusi a Bengasi, in Libia, dai militari del generale Khalifa Haftar. Ma dal primo settembre non c’è stata alcuna svolta, soltanto qualche labile rimostranza da parte del ministero degli Esteri guidato da un sempre più ingessato Luigi Di Maio. Ad alzare la voce ci hanno pensato più che altro colleghi e familiari dei rapiti, in particolare due giorni fa quando da Mazara del Vallo sono giunti a Roma e sono stati ricevuti dal consigliere diplomatico del premier Conte a Palazzo Chigi e poi dal capo dell’Unità di Crisi del ministero alla Farnesina. “Ci hanno dato mille rassicurazioni, ci hanno spiegato di quanto sia difficile questo negoziato con i libici”, ha dichiarato Marco Marrone, l’armatore di uno dei due pescherecci, come riportato da Repubblica. “Noi siamo sicuri dell’impegno del governo, ma sono trascorsi già 22 giorni dal momento di questo arresto: bisogna accelerare, non è possibile che i nostri uomini rimangano ancora bloccati in Libia“.

Nessun alibi

Ora, per l’esattezza, di giorni ne sono passati 24 e purtroppo i pescatori italiani sono ancora nelle mani del leader militare della Cirenaica. L’impegno del governo dunque non è stato affatto proficuo e da questa vicenda emerge tutta l’inconsistenza in politica estera di un esecutivo che è riuscito a dilapidare quella flebile voce in capitolo che ci era rimasta in Libia. Siamo ora costretti ad affidarci alla benevolenza turca in Tripolitania (ed è tutto dire) e degli Emirati Arabi Uniti, il più attivo sostenitore di Haftar, in Cirenaica (ed è tutto ribadire). “Adesso che il referendum e le elezioni si sono svolti il governo italiano non ha più alibi: deve mettere più forza nel chiedere ai libici di rilasciare immediatamente i nostri uomini“, hanno tuonato i familiari dei pescatori sequestrati.

Darsi una mossa

A dirla tutta di alibi il governo non ce ne aveva neppure prima della tornata elettorale. Eppure la sensazione generale, inevitabile visti gli esiti delle trattative, è proprio questa: l’esecutivo giallofucsia è concentrato nel compiere errori interni e barcolla fuori dai confini nazionali. In tutto questo, dopo l’incredibile e al contempo inaccettabile richiesta di scambio avanzata da Haftar – i nostri pescatori in cambio di 4 scafisti/calciatori libici – a Bengasi hanno provato pure ad accusare gli italiani sequestrati di essere dei trafficanti di droga. Un’accusa grottesca per tentare dunque di aumentare la posta del negoziato con l’Italia, che deve accelerare i tempi per riportare a casa 18 cittadini incarcerati ingiustamente in Libia.

Eugenio Palazzini

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