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Londra, 20 lug – Le definizioni “terrorismo islamico” e “jihadismo”? Non vanno usate, anzi devono proprio sparire. E’ quanto chiesto da un’organizzazione britannica di poliziotti islamici, la National Association of Muslim Police, che come riportato dal Times ritiene l’uso di questi termini fonte di percezioni e stereotipi negativi, nonché di discriminazione e islamofobia. Nessuno dovrebbe insomma azzardarsi a chiamare islamico, un islamico che compie un attentato. E quindi come dovremmo chiamarlo? Le alternative proposte dai poliziotti musulmani sono queste: “Terroristi che abusano di motivazioni religiose” oppure “Aderenti all’ideologia di Osama bin Laden”.

Problemi terminologici o concettuali?

Ma a voler essere ancor più precisi, secondo l’organizzazione, si dovrebbe usare la parola araba “irhabi”, estranea a un concetto religioso e genericamente usata in Medio Oriente per etichettare i terroristi. Altrimenti, sempre secondo i poliziotti musulmani, il terrorista Anders Breivik dovremmo descriverlo come “cristianista” o “crociato”. Ora, sappiamo benissimo che non tutti gli islamici sono terroristi (non lo sono la grandissima maggioranza) e siamo altrettanto consci che sovente vengono compiuti anche attentanti contro moschee e luoghi di culto islamici da parte di appartenenti a frange radicali iconoclaste in particolare della galassia salafita e wahabita (non ci sono soltanto gli aderenti alla “ideologia” di bin Laden, checché ne dicano questi poliziotti britannici). Così come siamo consapevoli che se a compiere un attacco terroristica è un islamico, come purtroppo spesso accade, difficilmente la conseguenza è un improvviso moto di simpatia generale nei confronti dei fedeli islamici.

Nessun equivoco

Questo però non significa affatto che dovremmo smetterla di usare certi termini, perché distorceremmo la realtà e al contempo faremmo un favore alla stolta deriva politicamente corretta. Censure e abiure non risolvono i problemi, semmai li acuiscono. Ed è semplicemente un dato di fatto che, purtroppo anche per la gran parte degli islamici, se qualcuno compie un attentato dichiarandosi islamico, tale resta. Possiamo discutere all’infinito su quanto costui abbia capito dell’autentico messaggio coranico, se abbia o meno la benché minima conoscenza della teologia speculativa islamica e su quanto sia lontano dai codici comportamentali previsti dalla Sunna o dalla Scia. Eppure resta dichiaratamente islamico e come tale va definito. Così come tutti parlarono di “terroristi induisti” quando fu attaccata la moschea di Babri Masjid ad Ayodhya, tanto per fare un esempio emblematico.

Derive correct

Le derive correct non centrano mai il problema, piaccia o non piaccia a questa organizzazione di poliziotti musulmani. Viceversa aprono un dibattito scivoloso, a tal punto che il sovrintendente capo Nik Adams, coordinatore nazionale per il programma di deradicalizzazione britannico “Prevent”, ha dovuto specificare che i vertici della rete antiterroristica si sono dovuti riunire appositamente poiché gli agenti islamici si erano detti “preoccupati che la terminologia potesse contribuire alla stigmatizzazione di innocenti musulmani nel Regno Unito”. Al momento però “non abbiamo in programma di cambiare la terminologia che utilizziamo, ma abbiamo accolto con favore il dibattito e i contributi”, ha detto Adams.

Eugenio Palazzini

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