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Roma, 28 set – Un montuoso giardino nero incastonato nella terra del fuoco. Non è una metafora, è il significato letterale e tristemente profetico di Nagorno-Karabakh (Nagorno in russo significa “montagna”, Karabakh in turco sta per “giardino nero”), provincia autoproclamatasi autonoma nel cuore dell’Azerbaijan (azer vuole dire “fuoco”) e a due passi dall’Armenia. Un ampio limes martoriato da trent’anni, ovvero da quando è in atto il più lungo conflitto dalla caduta dell’Unione Sovietica. Anzi, a dirla tutta la prima tempesta di fuoco nel giardino nero rimbombò nel 1988, prima che evaporasse il comunismo in Russia e cadesse il Muro di Berlino. Tutto iniziò quando i circa 140mila armeni che vivevano in quest’area, grande più o meno quanto l’Umbria, si ribellarono all’azerificazione imposta da Stalin dichiarando la nascita della Repubblica del Karabakh Montagnoso.

Scontro tra potenze regionali

Gli abitanti di questa terra caucasica erano e sono per lo più armeni, ma l’Azeribajan ne rivendica da sempre la sovranità. Una guerra mai davvero spenta, nonostante qualche anno di relativa quiete. Cristiani contro islamici, armeni contro azeri e le solite potenze a muovere i fili. Da una parte la Russia, principale tutore della causa armena, dall’altra la Turchia che soprattutto dal 1993 punta tutto sull’Azerbaijan – nazione turcofona ricca di petrolio – e parla di “provocazioni” dell’atavico nemico armeno. Nel mezzo, tra i due litiganti, c’è però l’Iran che adesso si pone come mediatore tra le parti. E se guardiamo la carta geografica tutto questo ha un senso, a prescindere dallo scontro etnico-religioso.

Perché di mezzo c’è sempre una questione economica, che fa rima con strategica. Nessuno è disposto a mollare l’osso e ogni tanto, come adesso, i molossi che se lo contendono iniziano a ringhiare. I negoziati per cercare di trovare un compromesso tra i contendenti si svolgono ogni anno, con cadenza quasi mensile, ma sono sempre risultati inutili. Tutti continuano a rivendicare le proprie posizioni e dunque non se ne esce.

Bombe, vittime e coprifuoco

Così siamo giunti a una nuova escalation del conflitto che ha generato la deflagrazione. Erevan ha accusato ieri Baku di aver bombardato e distrutto due elicotteri e tre carri armati armeni, il governo azero ha replicato che è stata una ritorsione alle inaccettabili provocazioni armene e ha riferito di un elicottero abbattuto e una dozzina di basi missilistiche attaccate. Oggi il presidente della regione contesa, Araik Arutiunian, ha parlato di “decine di militari uccisi”. Le vittime tra i soldati separatisti sarebbero almeno 15, stando a quanto riferito dal ministero della Difesa del Nagorno-Karabakh. Calcolatrice alla mano in totale i militari uccisi da ieri sarebbero quindi 32. Ma in guerra quasi mai vengono risparmiati i civili e questo conflitto non fa eccezione: almeno cinque civili azeri e due armeni sarebbero morti nella provincia scissionista. Il governo di Baku però non conferma, nel senso che non ha parlato di vittime tra i propri militari. Ha però lanciato l’ennesimo ultimatum a Erevan: “Il ministero della Difesa dà l’ultimo avvertimento all’Armenia. Se necessario verranno prese adeguate misure di ritorsione”, si legge in una nota del ministero azero. Nel frattempo in entrambe le nazioni ansia e tensione aumentano di ora in ora, con il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, che ha annunciato una mobilitazione parziale. L’Armenia non ha invece usato mezze misure, annunciando la mobilitazione generale. Ma in entrambi i Paesi è stata proclamata la legge marziale e in diverse città da ieri è stato proclamato il coprifuoco, a partire dalla capitale azera.

Lo zampino del “sultano”

A livello internazionale nessuno riconosce l’autonomia del Nagorno-Karabakh, ma tutti chiedono l’avvio dei negoziati: Onu, Ue e Russia in primis. Sempre ieri, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov e l’omologo turco Mevlut Cavusoglu, in un colloquio telefonico si sono scambiati opinioni sul conflitto arrivando a una conclusione concordata: immediato cessate il fuoco. Il problema è che questa per la Turchia è soltanto una posizione ufficiale da sbandierare, perché intanto sottotraccia getta benzina sul fuoco. Prova ne è che Ankara avrebbe inviato a Baku, a sostegno degli azeri, circa 300 jihadisti filo-turchi.

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Provengono tutti dalla Siria e verosimilmente erano impiegati nel nord della Repubblica araba contro i curdi e l’esercito di Damasco. Il “sultano” Erdogan segue dunque lo stesso schema libico, dapprima invia mercenari per supportare gli alleati che giudica semplicemente feudi della Turchia. Poi, una volta acquisito maggiore potere contrattuale, si siede al tavolo dei negoziati da una posizione di forza. Ma non è detto che anche questa volta gli riesca il piano collaudato altrove.

Eugenio Palazzini

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