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Parigi, 8 mar – C’è una svolta nella tragica vicenda di Samuel Paty, il prof parigino decapitato il 16 ottobre scorso da un terrorista ceceno. L’alunna di fede musulmana che aveva accusato il docente di averla allontanata dalla classe per tenere una lezione sulle caricature di Charlie Hebdo ha confessato di avere mentito. Non solo: quella mattina a scuola non era nemmeno presente. Lo riporta Le Parisienne.



Prof decapitato per le bugie di una ragazzina

Paty venne decapitato per la bugia di una ragazzina, raccontata al padre perché non voleva ammettere che in classe quella mattina non c’era, come ultimamente accadeva sempre più spesso. Il padre, credendo all’invenzione della figlia, protestò pubblicamente provocando un clamore mediatico che, a catena, fece scatenare la pressione dei gruppi islamisti. Pressione che «ispirò» un radicalizzato ventenne ceceno ad assassinare l’insegnante. Il prof finì decapitato all’uscita della scuola di Conflans-Sainte-Honorine, nella banlieue di Parigi.

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La confessione

La 13enne ha reso la propria confessione durante un’interrogatorio con le forze dell’ordine, oltre un mese dopo l’assassinio dell’insegnante, quando venne fermata per falsa denuncia e interrogata dal giudice dell’antiterrorismo. A lui confessò che in classe non c’era mai andata. “Non ero presente il giorno delle caricature”, questa la sua ammissione. Il giorno della sua assenza il tema della lezione impartita da Paty era Situazione di dilemma: essere o non essere Charlie.

Una montagna di bugie 

La 13enne aveva raccontato al padre che il prof aveva chiesto agli alunni di confessione musulmana di alzare la mano, in modo da mostrare loro le vignette del profeta Maometto nudo pubblicate da Charlie Hebdo. Lui le credette ciecamente. La ragazzina mentì, dopo l’assassinio, anche anche ai poliziotti. Riportò che il docente “disse che disturbavo in classe e mi di invitò a uscire”. Ma era tutto falso. Un mucchio di menzogne che scatenarono una bufera suffragata da una montatura di falsità; accuse infondate di presunta islamofobia che innescarono una protesta dilagata sui social di tutto il Paese. Ad accendere la miccia fu il padre della ragazzina, Brahim Chnina, 48 anni, affiancato dal militante islamista schedato come radicalizzato, Abdelhakim Sefrioui.

Il clamore mediatico scatenò la furia omicida di Abdoullakh Anzorov, 18 anni, ceceno radicale che abitava nel quartiere e che da tempo attendeva il pretesto giusto per passare all’azione. “Se non avessi raccontato quelle cose a mio padre, tutto questo non sarebbe successo”, avrebbe ammesso la 13enne davanti agli inquirenti.

Cristina Gauri

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