sinistra franceseRoma, 8 dic – Il ritiro dei candidati del Partito socialista al secondo turno delle elezioni regionali francesi, peraltro a fronte di un Sarkozy che rifiuta, almeno ufficialmente, ogni ipotesi di santa alleanza anti-frontista, è la testimonianza più plastica della crisi della sinistra francese.

I socialisti hanno ormai divorziato dal popolo per sposare battaglie di nicchia e diritti delle minoranze. Non c’è da stupirsi se il popolo ne prende atto e migra elettoralmente altrove. Si tratta, del resto, di una crisi che non inizia oggi. C’è però un momento in cui la scelta di abbandonare a se stessa la classe operaia in favore di gay e immigrati si è fatta esplicita. Parliamo del famigerato rapporto “Gauche: quelle majorité électorale pour 2012?”, del tink thank Terra Nova, vicino al Partito socialista.

Un dossier in cui si spiega a chiare lettere che «non è possibile oggi per la sinistra cercare di restaurare la sua collocazione storica di classe: la classe operaia non è più il cuore del voto di sinistra, non è più in fase con l’insieme dei suoi valori, non può più essere, come è stata in passato, il motore che traina la costituzione della maggioranza elettorale della sinistra». La sinistra, teorizzavano gli apprendisti stregoni di Terra Nova, deve quindi abbandonare gli operai, ormai irrimediabilmente orientati verso destra innanzitutto sul piano dei valori, per scegliere «la Francia di domani, più giovane, più diversa, più femminile, più diplomata, urbana e meno cattolica. Un elettorato progressista sul piano culturale». Il che significa anche voltare le spalle al proletariato autoctono per scegliere le masse allogene, pudicamente ribattezzate “la Francia delle diversità”, che, si sottolinea, «è quasi integralmente a sinistra. L’auto-posizionamento degli individui rivela un allineamento dei francesi di origine immigrata, e più ancora della seconda generazione, a sinistra, nell’ordine di 80-20». Mai era stata teorizzato con tanta franchezza l’etnomasochismo.

Questa sorta di preferenza antinazionale è, nelle élite europee in genere e in quelle francesi in special modo, una vera ideologia implicita. O, talora, anche piuttosto esplicita. Jean-Luc Mélenchon, il fondatore nel 2008 del Partito della sinistra, nato in Nordafrica da genitori francesi, ha dichiarato nel 2013 a Hit Radio: «Riesco a vivere solo dove le persone sono mescolate fra loro. Io non potrei sopravvivere quando ci sono solo biondi dagli occhi azzurri. È al di là delle mie forze». Poi, parlando della sua infanzia, ha ricordato il suo arrivo in Normandia, dove provò «orrore assoluto» di fronte a una «campagna straordinariamente arretrata», in cui «nessuno parlava una lingua straniera» ma regnava «un alcolismo spaventoso». Come può accogliere, un francese medio, anche non necessariamente biondo, dichiarazioni di questo genere?

È anche a partire da esempi del genere che la demografa Michèle Tribalat ha denunciato «l’evoluzione della mentalità delle élite francesi, ma più largamente europee, verso una grande intransigenza relativamente agli “autoctoni” che contrasta vivamente con una tolleranza totale non appena l’Altro entra nella loro visuale». Solo che, per il momento, gli autoctoni hanno ancora il diritto di voto. E di certe cose se ne ricordano.

Adriano Scianca

2 Commenti

  1. Articolo pienamente condivisibile. Se le elites intellettuali si vergognano delle proprie origini (come spiegare altrimenti l’uso di autoctoni?) perché dovrebbero pretendere il voto popolare? E Melenchon in quanti posti del mondo rifiuterà di stare? Gira e rigira il mestolo finisce sempre nella stessa pentola (biondi con gli occhi azzurri=ariani?)

  2. Il problema vero è però dettato dai tempi stringenti, come fa notare Houellebecq nel suo bestseller. Ce la faranno i francesi (e altri europei…) a dare una svolta prima che le proporzioni numeriche tra autoctoni ed alloctoni si ribaltino?
    Senza catastrofismi, ma c’è meno tempo di quanto si creda, considerate le percentuali dei ragazzini nelle scuole.

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