artpetr1Roma, 27 nov – “Al vincitore va il bottino”: questo potrebbe essere vero per la maggior parte delle altre guerre, ma il conflitto siriano ha dimostrato di essere gran lunga al di fuori delle norme stabilite e dalle convenzioni che regolano la condotta della battaglia. Questo perché la guerra mossa contro la Siria ha avuto sin da subito, tra i vari e disparati obiettivi, quello di derubarla.

Ora, qualche analista, soprattutto negli ultimi giorni, prova a diffondere la tesi che addirittura il saccheggiato (il popolo siriano rappresentato dal suo legittimo governo) e il saccheggiatore (principalmente Isis e altri gruppi terroristici) stiano in affari. Come se un popolo, già padrone, più di molti altri, delle proprie risorse, sapientemente nazionalizzate, trovasse conveniente dividerle in affari con altri. Addirittura con gli stessi contro i quali versa il suo sangue ogni giorno. Sangue donato da tutto il popolo siriano, famiglia presidenziale in testa. Un gioco al massacro di cui sarebbero artefici i massacrati.


Tesi falsa ma con una sua diabolica e perversa logica, che vuole mostrare una contiguità, principalmente politica, tra i tagliagole islamisti ed il “feroce dittatore” Assad. Come se i primi fossero un prodotto, creato e sostenuto, del secondo.

Questa analisi o meglio questa operazione psicologica, ribadita da alcuni centri di informazione strategica vicini all’amministrazione statunitense, tende ad influenzare parte dell’opinione pubblica, in cui ha trovato i suoi zelanti ed efficienti promotori – tra cui ultimamente lo stesso Erdogan, sempre più in difficoltà per le chiare connivenze con i gruppi terroristici islamisti e per le azzardate mosse di guerra anti-russe – per accomunare le sorti di Assad con quelle dei terroristi e giustificare così un bombardamento purificatore – e a tappeto – della Siria.

Si cerca così di sgombrare il campo: “la Siria è posto di malvagi”, “in fondo né con Assad né con Isis” etc. Ricostruiamola e surroghiamola, magari con un “Sunnistan”, un “Alawitestan” ed un Kurdistan, questo purtroppo sempre più reale. I confini, tratteggiati cento anni fa – sui disegni delle stesse potenze impegnate oggi contro la Siria – non vanno più bene.

L’effetto collaterale, fuori dal controllo di questi pianificatori, è stato creare nel frattempo, ancor più nel caso siriano per via di una storia pregressa chiamata Civiltà, una coscienza nazionale, un’unità di popolo, uno Stato. La distruzione dello stato siriano, delle sue istituzioni, è un obiettivo pianificato fin da subito dalle potenze occidentali ed eseguito da quelle regionali, Turchia e Arabia Saudita, attraverso l’opera di quei pupi, che hanno superato tragicamente nella realtà, la farsa delle più riuscite opere della tradizione favolistica.

Ed ecco che il rivoluzionario siriano del 2011, in jeans e giaccone sportivo, in un veloce cambio di scena si trasforma nell’acerrimo nemico dell’umanità, in dishdasha e barba coranica. Mostrando il suo vero volto ma confermando comunque uno spiccato senso degli affari. Commerci iniziati con il saccheggio sistematico, dietro mandato degli acquirenti, di interi quartieri come Sheikh Maksoud ad Aleppo, dove sin dai primi giorni della luminosa primavera araba, vennero rubate centinaia di automobili dei residenti, poi rivendute negli autosaloni turchi.

I rivoluzionari si trasformarono ben presto anche in topi d’appartamento, svaligiandoli di ogni oggetto, anche questi impacchettati e caricati su centinaia di camion verso i cancelli della Sublime Porta.

La grandezza del furto è parallela all’intensificazione del conflitto. I rivoluzionari più sprovveduti, preso il possesso di una fabbrica, rivendevano ai proprietari siriani i loro stessi macchinari, i più organizzati invece, hanno smantellato pezzo per pezzo la zona industriale di Al Belleramon, sempre ad Aleppo, trasferendola chiavi in mano ai compiaciuti imprenditori turchi.

Oltre 1.000 fabbriche si sono volatilizzate in questo modo. Insieme agli oltre 3.000 reperti archeologici dei migliaia di siti siriani, molti dei quali possono essere ammirati oggi nei democratici musei degli alleati occidentali. Si consiglia per questo una visita al Museo di Haifa, Israele.

Il furto sistematico, non si è fermato solo alla rivendita di oggetti personali o allo smantellamento di intere zone industriali, ma anche, e soprattutto, sul controllo delle risorse o di prodotti indispensabili alla sopravvivenza del popolo siriano. Con cura chirurgica, i “rivoluzionari” hanno selezionato i loro obiettivi, con priorità, ad esempio, per le centrali elettriche o per le sorgenti d’acqua.

Nel primo caso, hanno più di una volta controllato la grande centrale elettrica di Aleppo, rivendendo l’elettricità alla popolazione civile, minacciando di tagliarla del tutto. Caso strano, quando l’esercito siriano ha ripreso la centrale, avviando nel frattempo anche trattative per non farla danneggiare dai terroristi, bombardieri americani hanno spento la luce, distruggendola. Più duraturo è stato invece il controllo di alcuni clan malavitosi locali, rapidamente imbandieratisi con i vessilli di Al Nusra e affini, delle sorgenti d’acqua di Al Zabadani, che riforniscono di acqua potabile vasti quartieri di Damasco. Nel 2011, l’Esercito siriano provò a riprendere le sorgenti ma i malavitosi e terroristi minacciarono di farle esplodere. L’opera di pulizia è stata lunga e complessa, alternata da cessate il fuoco, attacchi e trattative, per non lasciare senz’acqua, che comunque giungeva ad intermittenza, oltre 2 milioni di damasceni. Solo ultimamente, l’Esercito siriano ed Hezbollah, hanno ripreso il controllo di questa area montuosa.

Ma è con il petrolio che il piatto si è arricchito, con una posta in gioco senza precedenti e con neanche troppo nuovi attori, l’Isis. Già nel 2014, quando le attenzioni dell’opinione pubblica mondiale erano rivolte alle folgoranti avanzate del Califfato, erano poco più che semplici e trascurabili chiacchiere le dichiarazioni di Ali Ediboglu, parlamentare per la provincia di Hatay del Partito Repubblicano del Popolo (CHP), tra i principali movimenti d’opposizione turca a Erdogan, che non lasciano, soprattutto oggi, alcun dubbio: “L’ Isis guadagna già oggi oltre 800 milioni di dollari attraverso la vendita di petrolio in Turchia del greggio proveniente dai giacimenti delle zone (sotto il loro controllo) di Rumilan, nel nord della Siria e di Mosul. L’Isis ha deviato le condotte dalle cittadine siriane di confine verso Hatay, in Turchia. La stessa cosa avviene verso altre città turche della zona, Kilis, Urfa e Gaziantep. Trasferiscono il greggio in Turchia, dove viene pagato in contanti. In altri casi lo trasferiscono con mezzi primitivi dalle raffinerie sotto il loro controllo e lo vendono attraverso la Turchia”.

Sempre nel 2014, il quotidiano turco Taraf Gazetesi, in un articolo del 20 agosto, sottolineava che “la più grande battaglia oggi in corso in Rojava (il Kurdistan siriano) tra le milizie curde siriane dell’YPG (Unità di Protezione Popolare) e Jabhat Al Nusra (Al Qaeda in Siria) è per il controllo dei ricavi (1 miliardo di $) derivanti dalla vendita di prodotti petroliferi siriani in Turchia”. Il rapporto concludeva che i circa 2.000 pozzi petroliferi della regione di Rumilan servono ad alimentare il contrabbando di greggio verso le città turche oltreconfine di Sirnak Cizre e Nusaybin, nella provincia di Mardin.

Il quotidiano Al Monitor, in un reportage del 2014, specificava che la quantità di petrolio sottratto alla Siria dai gruppi terroristici ed esportato in Turchia “ha raggiunto le 1.500 tonnellate al giorno, il 3,5% del consumo giornaliero della Turchia”. Un controllo da parte di gruppi terroristici, su risorse così importanti, senza precedenti.

Tanto che l’Isis alcuni mesi fa, cercava con un annuncio pubblico varie figure professionali, tra cui quella di “manager di raffineria”, a cui offriva uno stipendio di 225.000 $ dollari annui per aumentare l’efficienza degli impianti e quindi i guadagni petroliferi dell’organizzazione (fonte RT arabic).

Il greggio, venduto in gran parte da intermediari dell’organizzazione al costo di ca. 5.000 dollari a camion (ca. 150 barili), ma anche a famiglie malavitose, irachene e siriane, che lo acquistano tra i 20 e i 35 dollari al barile per poi rivenderlo a 100 dollari. Queste famiglie, esponenti delle realtà tribali, già dedite al traffico di armi e stupefacenti, sono tra i principali fiancheggiatori dell’organizzazione.

Un’alleanza politico-affaristica che ha permesso all’Isis una più rapida avanzata nelle zone desertiche e ricche di giacimenti della Siria orientale e dell’Iraq, Il vuoto di potere, creato dall’attacco scientificamente pianificato e violentemente eseguito, in vaste aree della Siria e dell’Iraq, ha contribuito sicuramente alla diffusione di interessi malavitosi ed affaristici oltre che ad una corruzione senza precedenti, di cui si avvantaggiano anche le reti criminali già esistenti, tra l’altro già dedite, per esempio alla raffinazione clandestina e al contrabbando di petrolio.

Interessi e modalità che hanno più di un esempio nella storia, non ultimo quegli accordi tra mafia italiana ed Alleati che sabotarono la difesa della nostra penisola e l’efficienza dello sforzo bellico. Questo avviene tutt’oggi, in minima parte in confronto alla mole di “commercio” che ad esempio l’Isis tratta direttamente con governi e mercati compiacenti come quello turco.

È quindi interesse di queste mafie locali, mantenere debole ed inesistente il controllo dello stato siriano che viene comunque infiltrato attraverso la diffusione, per esempio, del mercato nero. Lo scenario del conflitto siriano, entrato nel suo quinto anno di guerra, mostra sicuramente una complessità, dovuta non solo alle implicazioni geopolitiche che negli ultimi giorni delineano molto più chiaramente quanto in realtà questa guerra abbia un carattere “mondiale”.

L’abbattimento del jet russo da parte della Turchia, con le compiacenze della NATO, è solo l’ultimo e più grave episodio. L’azione turca, pericolosa e scomposta, mostri i nervi scoperti di Erdogan “il saccheggiatore”, che poche ore prima, tra l’altro, aveva visto letteralmente andare in fumo milioni di dollari a causa del bombardamento russo di 500 autocisterne che da anni esportano in Turchia il petrolio rubato dall’Isis al popolo siriano. Come ogni guerra mondiale, gli attori in scena sono tanti, alcuni dei quali agiscono in zone d’ombra, in quel “mondo di mezzo” tenuto sempre e comunque in vita dai nemici dei popoli, delle sovranità nazionali, dai sabotatori di ogni risma.

Giovanni Feola

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