sicignanoMilano, 28 nov – Quando Francesco Sicignano sparò, uccidendolo, al ladro straniero che gli era entrato in casa, molti sollevarono il dubbio che, generalizzando questo pur comprensibile comportamento, avremmo avuto un popolo di sceriffi fai da te. Il rischio era concreto, ma poteva andare peggio, potevamo avere un popolo di politici. Alla fine ci siamo arrivati: Sicignano si candiderà alle comunali di Milano sotto le insegne di Forza Italia.

L’uomo ne ha, ovviamente, ogni diritto, come qualsiasi cittadino italiano in possesso dei diritti politici. Che la cosa abbia un qualche senso o rientri nella sfera dell’opportunità è invece un altro paio di maniche. Gran parte della colpa della mediatizzazione di figure come Sicignano va in realtà alla sinistra, che colpevolizzandolo indegnamente ha generato una sacrosanta reazione contraria.

La sinistra odia gli italiani, non ne comprende le paure e le frustrazioni, che riconduce sempre a ignoranza o a criptofascismo. E se magari i ladri ti entrano in casa e la casa in questione è una villetta bifamiliare, come nel caso di Sicignano, il sospetto è sempre quello che tu sia un evasore, quindi, in sostanza, che il ladro sia tu, non il ragazzo che di notte ha violato la tua proprietà, per cui si troveranno sempre mille scusanti sociologiche. Da qui la nascita di un dibattito che non doveva nemmeno nascere, perché difendersi è un diritto sacrosanto.

La mitizzazione di Sicignano fa però parte di un meccanismo impazzito di cui è protagonista una destra senza senza senso dello Stato e con preoccupazioni esclusivamente mediatiche. I problemi – e quello della sicurezza dei cittadini è un problema bello grosso – si risolvono con visioni d’insieme, soluzioni ad ampio raggio, interventi di sistema, non tramite la creazione di effimeri eroi mediatici che eroi non sono.

Che poi va a finire che ci credono pure loro. È quello che deve essere successo nel caso di Sicignano, che non si capisce quale contributo politico specifico possa portare alla causa del centrodestra su Milano. Si dirà che, quali che siano le sue capacità politiche, sarà sempre meglio dell’attuale classe dirigente, ma secondo questa logica potremmo candidare anche i pupazzi gonfiabili che si trovano fuori dagli autolavaggi.

Si può anche obiettare che non sarebbe il primo caso simile: dalla sorella di Cucchi alla moglie di Calipari, sono diversi i protagonisti di casi di cronaca che, con alterne fortune, hanno tentato di accreditarsi come figure politiche. Ma si tratta di una degenerazione che denuncia il grado zero della cultura politica in questo Paese, la resa a una cultura dell’emotività, una sorta di degenerazione da reality show del già controverso criterio della meritocrazia: le “competenze” che vengono richieste sono ormai dei vissuti tragici, delle esperienze personali traumatiche, gli accadimenti straordinari che travolgono l’uomo qualunque. Ma così la politica diventa solo una continuazione di Barbara d’Urso con altri mezzi.

Adriano Scianca

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