DRoma, 19 ago – L’utilizzo di elementi fortemente emotivi, al fine di dirottare verso specifici obiettivi l’opinione pubblica, è un elemento fondamentale di una delle più antiche attività del Mondo: la propaganda. Ovviamente, questa si è evoluta mano a mano, adattandosi alle nuove tecnologie di comunicazione, cambiando nell’essenza anche le finalità. Se nell’antichità, attraverso la propaganda culturale (soprattutto letteraria), si esaltavano le gesta di condottieri e comandanti, con opere dall’inestimabile e universale valore artistico, è solo in epoca moderna e, ancor più contemporanea, che al termine possiamo attribuire il significato di “informazione fuorviante”. Di esempi e contesti ce ne sono migliaia, ma sicuramente negli ultimi decenni, causa anche l’accesso pressoché totale delle masse ai mezzi di comunicazione, l’utilizzo della propaganda è uno degli strumenti fondamentali per raggiungere gli obiettivi prefissati, ed in caso di guerra, per vincerla. Il conflitto in Siria è senza dubbio, oggi, il contesto dove la propaganda o, per meglio dire, l’informazione fuorviante ha raggiunto livelli di mendacità conclamata, ancor più pericolosa perché viaggia velocissima, in fibra, con una propagazione guidata che miete vittime anche tra chi pensa, in maniera comunque un po’ presuntuosa, di esserne immune.

E come non mai nel caso siriano, la propaganda ha raggiunto livelli così complessi, da poterla definire un sistema di cui non fanno parte solo i mezzi di comunicazione, ma tutti gli spazi sociali, e capace quindi di indurre a specifiche attitudini e azioni. La “guerra umanitaria” dal suo primo utilizzo, in Jugoslavia nel 1999, ha fatto quindi passi da gigante, e se prima bastava solo questo termine per fare appello alle emozioni e alla buona coscienza delle persone, per poi passare all’individuazione e alla personalizzazione demoniaca del nemico, il “male assoluto” da combattere, Saddam Hussein, Slobodan Milosevic, Muhammar Gheddafi, Bashar Al Assad, oggi si è arricchita di quegli elementi che influenzano l’opinione pubblica nei suoi spazi e nella sua dimensione sociale.

Durante il preludio del conflitto in Siria, meglio propagandato inizialmente come “primavera araba”, set cinematografici, riproduzione di alcune principali piazze delle città siriane, vennero allestiti in Qatar, come pure campi profughi, ancora vuoti, vennero approntati nell’arco di una notte, in Turchia. Intanto, flussi di denaro e armi, in maniera sicuramente più reale, raggiungevano la Siria, distribuiti sapientemente a numerosi infiltrati tra la popolazione. Manifestazioni ordinarie di rivendicazioni sociali divennero così ben presto attacchi armati contro la polizia e gli edifici governativi. In molti casi, le immagini di piazze e strade conquistate dalla popolazione “ribelle”, diffuse su tutti i media non solo occidentali, non corrispondevano assolutamente al vero, ma avevano una propagazione esplosiva più che convincente, tanto che molti siriani espatriati chiamavano i parenti, rimasti in Siria, sconvolti dalle notizie che giungevano. Interi quartieri, dati in mano ai “ribelli”, vivevano invece nella loro normale quotidianità. Ma era solo l’inizio.

La sofisticata propaganda, ha in realtà solo anticipato quello che sarebbe successo il giorno dopo, attribuendo genuinità e partecipazione popolare a quella che invece era ed è un attacco terroristico, organizzato da E1Aelementi esterni, alla Siria. Di esempi è purtroppo lunga la lista. Tra gli ultimi casi la foto di Omran, il bambino sotto shock e coperto di sangue e polvere, uscito ancora vivo dal carnaio di Aleppo e vittima, come migliaia di bambini siriani, della guerra scatenata dai terroristi. Omran però abita ad Aleppo est, zona in mano ai terroristi, e quindi fa più notizia poiché la sua immagine viene utilizzata strumentalmente per ridestare l’emotività delle masse, soprattutto occidentali, sulle cattive azioni degli sgherri del dittatore, che stanno vittoriosamente avanzando nella città, e costringerli ad una tregua che dia ossigeno (e armi) ai veri terroristi. La guerra non può finire così, troppi investitori sul tavolo e un Bashar-riacchiappa tutto- non va bene. Aleppo è il piatto giusto, più che consolatorio, per i giocatori perdenti, l’ultima mano.

Ma lo sviluppo dell’inganno di massa è oggi, nel sesto anno di guerra, ancor più elaborato. Il caso più eclatante ma in realtà poco conosciuto, è quello riguardante gli “elmetti bianchi”, gli stessi che hanno salvato Omran. I gruppi di protezione civile (Syrian Civil Defense), hanno sensibilizzato, più di ogni altri, l’opinione pubblica internazionale sugli apparenti misfatti delle forze governative siriane, influenzandola emotivamente (e non solo) contro la legittima causa di difesa del popolo siriano e identificando nella figura del dittatore sanguinario, Bashar Al Assad, il male assoluto da combattere. In realtà la SCD, viene fondata nel Regno Unito nel 2013, grazie a fondi statunitensi e britannici e con la copertura politica del Syrian National Council (i gruppi armati “siriani” con sede a Istanbul). L’organizzazione di difesa civile, gli “angeli” che accorrono nelle zone bombardate, ha un organico di duemila uomini, addestrati ad Adana in Turchia ed opera solo nelle zone in mano ai “ribelli”. Recenti indagini hanno svelato il legame tra l’organizzazione e i gruppi terroristici, in modo principale Al Nusra (Al Qaeda), ora conosciuta come Jabhat Fateh al-Sham, in uno dei pochi casi al mondo in cui il gruppo-madre (Al Qaeda) è concorde, con tanto di approvazione pubblica, alla scissione di uno dei suoi gruppi affiliati più prestanti, Al Nusra per l’appunto, fulminato sulla via della moderazione. Oltre 40 milioni di dollari hanno finanziato, attraverso gli USAID (finanziamenti diretti da parte del governo federale degli Stati Uniti), i volontari “civili” di SCD, e guarda caso l’associazione “umanitaria” è tra le principale tra quelle richiedenti alle organizzazioni internazionali l’imposizione, fortunatamente mai avvenuta, della “no fly zone”.

Il recente acuirsi dei combattimenti ad Aleppo, sul cui fronte si decide l’esito finale del conflitto siriano, ha messo però alla luce la reale finalità e composizione di questa organizzazione. Molti degli elmetti bianchi, la maggior parte non siriani, sono combattenti effettivi di Al Nusra, che prendono attivamente parte non solo ai combattimenti contro l’Esercito regolare siriano ma alle esecuzioni contro la popolazione, civili che hanno poi diffuso, una volta liberati dalle truppe di Damasco, immagini e foto sulla reale appartenenza di questi individui. Immagini che hanno letteralmente invaso il web, che ci auguriamo facciano ricredere anche il giornale “Avvenire” che tanto spazio ha dato in passato alle gesta umanitarie di questi terroristi mascherati. Per adesso, tra i primi a ricredersi, c’è il Dipartimento di Stato U.S.A che ha dichiarato “i possibili collegamenti della SCD con organizzazioni terroristiche” ed espulso, pochi giorni fa, Raed Saleh, capo dell’organizzazione e portavoce della stessa presso l’ONU. Come sempre è goffo però il tentativo di copertura, infatti il Dipartimento ha poi in seguito aggiunto che sebbene Raed Saleh sia molto probabilmente legato ai gruppi terroristici non è detto che lo sia l’intera organizzazione… nominata di recente per il Nobel della Pace. E visto gli illustrissimi vincitori del Nobel in passato, primo su tutti il Presidente Barack Obama, questo è l’ennesimo tentativo di dipingere di bianco una realtà nera, buia. Di truccare i carnefici da vittime, come solo la propaganda può fare.

Giovanni Feola

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1 commento

  1. Secondo me dovreste occuparvi meno di politica estera e organizzare azioni concrete sul territorio italiano per frenare il multiculturalismo.

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