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Arabia SauditaRoma, 23 mag – Sta volgendo al termine la visita ufficiale del Presidente Trump in Medio Oriente ed il suo primo viaggio all’estero da quando è stato eletto. La visita ha toccato l’Arabia Saudita e Israele, alleati storici degli Usa, e si concluderà con una tappa in Italia, in Sicilia, per il G7 venerdì 26 maggio. La tappa a Riad è stata fondamentale, oseremmo dire epocale,  non tanto per le polemiche sterili e alquanto becere sul “non velo” di Melania Trump (e anche della figlia Ivanka), ma per quanto detto dal Presidente degli Stati Uniti davanti all’assemblea di 55 Stati islamici.

Trump ha cambiato radicalmente la propria visione da campagna elettorale sull’Islam passando dal “credo che l’Islam ci odi”ad un ben diverso “Our goal is a coalition of nations who share the aim of stamping out extremism” (il nostro obiettivo e una coalizione di nazioni che mirano a sradicare l’estremismo) stando ben attento a non usare le parole “terrorismo islamico radicale”, ma limitandosi ad un generale “estremismo islamico” e “gruppi terroristi islamici” nel corso del suo discorso. Sembrano sofismi, ma in quel consesso la scelta di certi vocaboli ha un peso enorme. Da qui la nascita, in pompa magna con tanto di cerimonia con il tocco di un globo luminoso che ricorda quello terrestre, del Global Center for Combating Extremist Ideology, che avrà sede proprio a Riad, e che probabilmente non servirà assolutamente a nulla e sarà fonte solo di ulteriori contrasti in seno al mondo islamico, come è stato per la Lega Araba. Perché, come detto da Trump, i Paesi a maggioranza musulmana devono prendere le redini della lotta alla “radicalizzazione” e porre termine “con l’aiuto di Dio” a chi propugna il proprio vile credo attraverso il terrore (“With God’s help, this summit will mark the beginning of the end for those who practice terror and spread its vile creed”). Fin qui sembrerebbe la solita propaganda infarcita di retorica dato che nel lungo discorso, riportato sulla pagina ufficiale del Presidente, si legge anche di come il 95% delle vittime del terrorismo siano musulmani, e che gli Stati Uniti non sono giunti in Medio Oriente per imporre il proprio stile di vita (forse si è dimenticato dell’Iraq, ad esempio). Quello che invece rappresenta il vero passo epocale, è il fatto che Trump abbia parlato per la prima volta di Isis e di come porre fine al suo regno del terrore nello Stato che più di ogni altro lo ha più o meno indirettamente finanziato. Il Presidente infatti ha parlato di come l’Isis ed al-Qaeda (e Hamas ed Hezbollah ma torneremo dopo su questo discorso) abbiano richiesto un tributo non solo nel numero dei morti ma anche nei “sogni svaniti” delle nuove generazioni di arabi e musulmani. Per la prima volta quindi un Presidente degli Stati Uniti ha chiesto, e ottenuto, almeno sulla carta, che il supporto finanziario e logistico al terrorismo sunnita/wahabita cessi: è stato firmato infatti un accordo tra Stati Uniti, Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Oman, Bahrein e EAU affinché si coordino gli sforzi per tagliare i fondi a gruppi estremisti, come l’Isis.

Come è stato possibile? Sicuramente l’accordo per 350 miliardi di dollari di armamenti e servizi spalmati in 10 anni (di cui 110 subito) siglato con l’Arabia Saudita rappresenta un bell’incentivo, ma principalmente per coalizzare Israele e le Monarchie del Golfo (sunnite) e convincerle a cessare il loro sostegno ai gruppi terroristici (sunniti) che imperversano in Medio Oriente e non solo, serviva un nemico comune, e quel nemico è diventato l’Iran. La dialettica americana nei confronti di Teheran è cambiata radicalmente con la nuova amministrazione: Trump lunedì, parlando a Gerusalemme, ha promesso che l’Iran non avrà mai armi atomiche e lo ha accusato di appoggiare i “terroristi”, perché per gli Stati Uniti, e per le Monarchie del Golfo, Hezbollah e gli Houthi yemeniti (entrambi appoggiati da Teheran) sono a tutti gli effetti dei gruppi terroristici. L’ostilità verso l’Iran è a tutti gli effetti la colla che permette una strana coalizione tra Israele, Stati Uniti e Monarchie del Golfo anche se, va detto, l’Iran ha inviato truppe e aiuti in Iraq per contrastare l’Isis, quindi entrando de facto nella coalizione a guida Usa che sta combattendo il Califfato da quelle parti. Sul piatto della bilancia, del resto, non c’è solo la sconfitta dell’Isis ma anche il ridimensionamento delle velleità di potenza d’area dell’Iran, di fatto inaccettabili per Riad e Washington perché potrebbero minare l’equilibrio petrolifero/commerciale del Medio Oriente ora governato da Arabia Saudita e Stati Uniti: sempre nel discorso di Trump a Riad si legge infatti che “L’intera regione è al centro degli snodi commerciali chiave che passano per il Canale di Suez, il Mar Rosso e lo Stretto di Hormuz. Il potenziale di questa regione non è mai stato più grande”. L’Iran è accusato anche, fatto del resto appurato, di aver fomentato le rivolte sciite in Bahrein oltre ad aver appoggiato Assad nella guerra civile siriana, pertanto la precedente politica di Obama di “appeasement” verso gli Ayatollah, e soprattutto le parole di Trump in campagna elettorale che rilanciavano il ruolo di Damasco nella lotta contro l’Isis, sono stati dei campanelli d’allarme per il mondo sunnita/wahabita mediorientale. Da questa prospettiva possiamo vedere anche i due attacchi americani in Siria, il primo contro l’esercito di Damasco il secondo più recente contro le milizie lealiste, come una rassicurazione agli alleati arabi dell’area che la pratica Assad verrà sbrigata in un secondo momento dopo aver archiviato quella dell’Isis, con il tacito assenso di Mosca (che non può far altro che alzare la voce diplomaticamente per salvare la faccia), determinata a non cedere la propria influenza sulla Siria indipendentemente da chi governerà a Damasco.

Non ci stupiremmo quindi se buona parte dei 150 elicotteri “Black Hawk” che saranno assemblati in Arabia Saudita su licenza per un valore di 6 miliardi di dollari facenti parte dell’accordo sugli armamenti, venissero usati contro le milizie sciite Houthi in Yemen per “contribuire a operazioni di contro-terrorismo nella regione, riducendo il fardello che grava sulle Forze Armate Usa di condurre questo tipo di operazioni” che da quando Trump è diventato Presidente hanno subito un’impennata non indifferente non solamente con interventi di Forze Speciali. Ci troviamo quindi davanti ad un capolavoro della politica estera: la nascita di un fronte anti terrorismo panarabo (che forse scoppierà) che ha come presupposto la promessa del taglio dei fondi ai gruppi terroristi wahabiti da parte di quelle stesse nazioni che li hanno sempre finanziati; in cambio un’altra promessa, quella di rendere inoffensiva Teheran attraverso duri confronti probabilmente non solo diplomatici (si prevedono ulteriori sanzioni?). Un gioco pericoloso quello di Washington che nel lungo periodo potrebbe non portare ai risultati sperati: se da un lato aver deciso di marginalizzare l’Iran e lo sciismo rappresenta una scelta cinica, perfino odiosa, ma potenzialmente efficace (gli sciiti sono una minoranza nell’Islam), dall’altro questo strano tipo di “alleanza” potrebbe solo far nascere altri gruppi radicali che verrebbero finanziati da quelle realtà che non sono state incluse nel progetto di eradicazione del terrorismo, come la Fratellanza Musulmana ed i Salafiti, che verrebbero spinti all’azione dal “tradimento” di Riad. Comunque la si intenda la svolta di Trump rappresenta una scelta di campo mai vista prima per una amministrazione Usa, con la totale adesione alla causa sunnita sebbene in funziona anti terrorismo, e di certo a Teheran non la prenderanno bene.

Paolo Mauri

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