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Washington, 5 giu – Continua la guerra tra Twitter e Donald Trump, continuano i «dispettucci» del social network nei confronti del presidente americano. Il Ceo della piattaforma, Jack Dorsey, non deve avere ancora digerito la stretta social arrivata nella forma di ordine esecutivo firmato la settimana scorsa dall’inquilino della Casa Bianca. Il decreto – firmato dopo lo scontro con Twitter che aveva segnalato due post del presidente come «potenzialmente fuorvianti» – consentirebbe la modifica della sezione 230 del Communications Decency Act, una legge del 1996 che prevede la non responsabilità della piattaforma rispetto ai contenuti pubblicati da terze parti – la piattaforma, cioè, non viene qualificata come editore. Questa modifica, sostanzialmente, vedrà l’equiparazione dei social media a editore, con tutte le responsabilità connesse che ne derivano.

Ma Twitter ha deciso di non farsi intimidire dal giro di vite e prima ha oscurato parzialmente un tweet del tycoon bollandolo come «contrario alle regole di utilizzo del social network»; non pago, a una settimana di distanza dal primo «sfregio» social, ha cancellato un video postato dal team della campagna elettorale del presidente, in cui si vedeva Donald Trump rendere omaggio a George Floyd, l’afroamericano vittima della violenza degli agenti di polizia di Minneapolis. Motivo della censura? Questioni di copyright.

Il video, della durata di tre minuti e 45 secondi, era stato postato sul social il tre giugno e aveva totalizzato circa 7.000 retweet; anche lo stesso Trump e il figlio Donald Jr. lo avevano diffuso sui propri canali. Il filmato oggetto di censura mostrava le immagini delle manifestazioni di protesta mentre Trump parla di una «grave tragedia», per poi inquadrare il presidente che metteva in guardia gli americani contro le devastazioni e i saccheggi di «gruppi radicali di sinistra» mentre sullo sfondo scorrevano scene di disordini e violenze. Dai responsabili della campagna del presidente è subito partita l’alzata di scudi verso Twitter e il suo co-fondatore Jack Dorsey, accusati di censurare un «messaggio confortante e unificante del presidente Trump» ed hanno ha esortato i follower del presidente americano a diffondere e rendere virale un altro video, questa volta postato sulla piattaforma YouTube.

Proprio di recente, per altro, Twitter è divenuto il megafono digitale per i dirigenti Facebook che, in polemica con il loro stesso amministratore delegato Mark Zuckerberg, chiedevano una stretta censoria contro i post del presidente degli Stati Uniti, accusati variamente di razzismo e istigazione alla violenza. Date queste premesse diventa davvero difficile poter pensare che dietro le scelte di content moderation operate da Twitter nei confronti dei post di Trump non ci sia un chiaro intento politico.

Cristina Gauri

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