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NatoAnkara, 12 ago – Dopo la visita ufficiale a S. Pietroburgo di Erdogan la posizione delle Turchia sembra pendere sempre di più verso la Russia. Dopo il gelo seguito all’abbattimento del cacciabombardiere russo lo scorso novembre ora i rapporti tra i due Paesi sembrano normalizzarsi, soprattutto in nome degli enormi interessi economici che li legano già ampiamente evidenziati in passato: gasdotti, centrali nucleari, 100 miliardi di dollari di scambi commerciali rappresentati in maggior parte da prodotti agricoli, turismo, sono tutte voci di una bilancia economica e geopolitica dalle quali è impossibile prescindere. Erdogan e Putin lo sanno, ma in ballo c’è di più: Ankara vuole ulteriormente affermarsi come potenza regionale nell’area medio orientale e africana, Mosca ha bisogno di un canale privilegiato per vendere il proprio gas aggirando l’Ucraina e soprattutto vuole ribaltare gli equilibri delle alleanze vigenti, cercando, se possibile, di arginare gli interessi degli Stati Uniti e delle petromonarchie del Golfo. Entrambe le Nazioni quindi, hanno solo da guadagnarci in uno sviluppo comune dei settori economici e non solo, perché da quanto apprendiamo dall’agenzia di stampa turca Anadolu, la Turchia minaccia di guardare alla Russia anche dal punto di vista militare, sebbene non sia una novità dato che Ankara ha già stabilito in passato trattati di cooperazione nel settore della Difesa con Paesi non appartenenti alla Nato.
Si legge infatti, per voce del Ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu, che “Turchia e Russia stabiliranno un meccanismo congiunto in ambito militare, di intelligence e diplomatico” pur continuando a rimanere un importante alleato della Nato, almeno secondo quanto si legge in una recente dichiarazione in occasione di un comunicato stampa rilasciato in merito al fallito golpe del mese scorso: “La Turchia è un valido alleato fornendo aiuti sostanziali agli sforzi della Nato. La Nato conta sui continui contributi della Turchia e la Turchia può contare sulla solidarietà e sul supporto della Nato”.  La dichiarazione, in particolare, prosegue sottolineando come “Nella notte del tentato golpe, il Segretario Generale della Nato, Jens Stoltenberg ha parlato con il Ministro degli Esteri turco e successivamente col Presidente Erdogan condannando fortemente il tentativo di colpo di stato e reiterando il pieno supporto per le istituzioni democratiche della Turchia”. Parole che paiono un tardivo tentativo di riparare alle dichiarazioni molto sibilline da parte dell’Alleanza Atlantica, e soprattutto degli Usa, rilasciate durante le convulse ore del golpe, quando, lo ricordiamo, lo stesso Segretario di Stato Kerry sperava nella “stabilità del Paese”. Stati Uniti che, da quello che è trapelato dalle stesse fonti ufficiali turche, sembrano essere i veri registi del putsch, in quanto, oltre ai legami tra questa amministrazione uscente e Fetullah Gülen, ritenuto l’eminenza grigia dei ribelli,  il comandante turco della base Nato di Incirlik e la maggior parte del personale erano collusi con i golpisti: da quell’aeroporto infatti decollarono gli F-16 che presero parte attiva al tentativo di colpo di stato, ed il comando americano non poteva non essere al corrente dei piani di volo dei caccia turchi e di quanto stava avvenendo. Il golpe quindi, nato con ogni probabilità per impedire un ulteriore avvicinamento della Turchia alla Russia, fallendo, forse per un ordine dell’ultimo minuto di Washington, non ha fatto altro che gettare ancora di più Ankara nelle braccia di Mosca e ha posto Erdogan in una posizione di vantaggio non solo verso i suoi avversari interni (ha fornito il pretesto per fare piazza pulita dei “gulenisti” veri o presunti), ma anche rispetto alla politica estera: ora può negoziare con maggior peso sulla nascita di un eventuale Curdistan siriano/iracheno, opzione per lui inammissible, e può cercare di strappare condizioni più favorevoli per un eventuale ingresso della Turchia in Europa (progetto mai del tutto abbandonato da Erdogan) agitando sia lo spettro dell’asse militare Ankara-Mosca sia minacciando di rivedere gli accordi sulla gestione dei profughi siriani, oltre che giocarsi l’allettante carta del Turkish Stream per fornire gas all’Europa meridionale dopo il fallimento del South Stream avvenuto lo scorso luglio. La questione curda in particolare è fondamentale per Erdogan, che sa benissimo che l’unico interlocutore dotato del giusto peso internazionale che potrebbe aiutarlo è Putin, per questo la Turchia ha ribaltato la propria politica nei confronti della Siria allineandosi sostanzialmente a quella di Mosca, pur formalmente restando legata alla coalizione a guida Usa che sta combattendo l’Is. Viene da chiedersi, a questo punto, che fine faranno le milizie curde addestrate (e armate) in Iraq dagli Stati Uniti e dai nostri incursori del Col Moschin una volta che il Califfato dovesse collassare definitivamente se non dovesse nascere il Curdistan: faranno la fine dei Mujāhidīn afghani usati dagli Usa per combattere l’Unione Sovietica? Verranno disarmati ed eliminati dall’esercito turco con Russia e Usa che faranno finta di non vedere? Quello che è certo è il rimescolamento degli equilibri dell’area con gli Stati Uniti sempre meno attori protagonisti che tuttavia non possono permettersi di perdere un alleato prezioso come la Turchia, e che quindi faranno di tutto per mediare tra i desideri di Erdogan e quelli dei loro altri alleati: una brutta gatta da pelare che verrà lasciata in eredità dall’amministrazione Obama, forse la peggiore che storia recente ricordi.

Paolo Mauri