Roma, 30 mar – La crisi ucraina ha conosciuto finora diverse fasi. In un primissimo momento, subito prima dell’attacco russo e nelle ore immediatamente successive a esso, le due sponde dell’Atlantico non erano affatto allineate. A un’America subito molto determinata contro Mosca si era opposto un asse Roma-Berlino (chiedo scusa per il lapsus storico: non vorrei si pensasse che io stia inquadrando l’operazione di denazificazione dell’Ucraina secondo parametri novecenteschi…) attestato su posizioni decisamente più ragionevoli: freddezza verso il governo di Kiev e blande sanzioni contro Mosca.

La fase di “allineamento”

Washington non l’aveva presa bene. È evidente che Draghi credeva di avere, in virtù della sua autorevolezza internazionale, una libertà d’azione molto maggiore di quella che effettivamente gli era stata accordata. In questo primo momento, anche le «potenze multipolari» hanno mostrato perplessità nei confronti dell’attacco russo, manifestando una certa freddezza. Sventata la mossa europea per tenere botta, è iniziata una seconda fase della crisi, con una polarizzazione molto netta: le pressioni Usa da una parte, i toni e le azioni sempre più forti della Russia dall’altra, hanno portato l’Europa a schiacciarsi sulla posizione americana.

Fiutando le opportunità di mercato e constatando che la crisi non era passeggera, le altre potenze si sono maggiormente avvicinate a Mosca, sia pur con finalità, dinamiche e retropensieri molto diversi da quelli immaginati da chi sogna un immaginario fronte dei popoli liberi unito contro il mondialismo. Mentre Francia e Germania hanno cercato nonostante tutto di mostrare una certa dignità, l’Italia come al solito si è distinta per viltà e ipocrisia, con il punto più basso toccato da Draghi che, in Parlamento, con Zelensky collegato, ha avuto toni più bellicosi dello stesso presidente ucraino.

La nuova fase del conflitto

Da qualche giorno, siamo invece entrati in una terza fase. Sul piano militare, per la prima volta i russi hanno cominciato a delineare un obbiettivo concreto, peraltro relativamente difendibile al tavolo delle trattative (il ministero degli Esteri russo e i relativi megafoni diranno che l’obbiettivo è sempre stato quello sin dall’inizio, anche se ovviamente è una panzana). Le uscite in libertà di Biden (gaffe o calcolo?) sul Putin «macellaio» hanno inoltre rivitalizzato le cancellerie europee: l’Eliseo ha preso le distanze, Macron e Draghi hanno sentito Putin, Scholz ha ipotizzato un taglio delle sanzioni, il tutto nella trasparente irritazione anglo-americana. Mosca avrebbe inoltre aperto alla possibilità di un’Ucraina nell’Ue e avrebbe archiviato i propositi di «denazificazione», per il maggior dispiacere dei putiniani nostrani ossessionati dal battaglione Azov.

Insomma, nel giro di poche ore, si sono riaperti canali sulla direttrice euro-russa, si è prospettato un futuro europeo e non americano per l’Ucraina e si sono raffreddate le piste atlantiche. Se si giungesse con questi presupposti a un cessate il fuoco e si mettesse una pezza sulla questione gas, potremmo dire di aver salvato il salvabile dopo la scellerata avventura bellica russa.
Proprio in questo scenario, arriva il bombardamento russo sull’ufficio Ue di Mariupol, che come segnale non è niente male. E qui i casi sono tre: la circostanza sfortunata, il doppio gioco russo, la lotta fra poteri interni a Mosca. Lasciamo ai decifratori di intelligence dell’università della vita il compito di svelare l’arcano.

I 4 punti politici 

Per quanto mi riguarda, mi limiterò a segnalare 4 punti politici:
a) la priorità immediata è giungere a una pace per quanto possibile onorevole per tutti, tenendo presente le forze in campo;
b) la seconda priorità è raffreddare le tensioni energetiche, trovando un modus vivendi con Mosca. È verosimile che, nel breve periodo, i rapporti tra Europa e Russia non potranno essere completamente normalizzati. In tal caso, andrà trovata una forma di cooperazione sullo stile di quella che ha sempre legato l’Italia alla Libia, anche negli anni in cui Gheddafi era un paria internazionale;
c) l’Ucraina andrebbe gradualmente sottratta all’influenza angloamericana per passare sotto l’influenza europea;
d) qualsiasi progetto di riarmo e ancor più di esercito europeo va sostenuto con la massima forza.

Ucraina e non solo: l’orizzonte realistico per l’Europa

Certo, si tratta di un orizzonte realistico, che fa i conti con la realpolitik e che non scalderà i cuori di chi vorrebbe un’Europa che in un pomeriggio proclama l’impero, caccia la Nato, vendica lo sbarco in Normandia, ripristina il paganesimo, bombarda Washington, ridà l’America ai pellerossa e riammette l’Italia ai mondiali. Certo, si tratta di un’agenda che tiene in conto i lacci, i lacciuoli, le dipendenze, le alleanze, i condizionamenti, i limiti, i ricatti, le autocastrazioni in cui l’Europa è impelagata e quindi contempla un’azione diplomatica circospetta, prudente, sottotraccia. Per spiegare perché le cose purtroppo vadano fatte così occorrerebbe fare un passo indietro. Non di un mese, non di 8 anni, ma fino al 1945. Ma non sarò certo io a spiegare che abbiamo perso la seconda guerra mondiale a chi sembra non essersene ancora accorto.

Adriano Scianca

 

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4 Commenti

  1. c) l’Ucraina andrebbe gradualmente sottratta all’influenza angloamericana per passare sotto l’influenza europea;
    d) qualsiasi progetto di riarmo e ancor più di esercito europeo va sostenuto con la massima forza…cosí, poi, la guerra alla Russia la possiamo dichiarere direttamente noi, della ue ue…

    una cosa é certa: l’Italia é una colonia…dal ’45..

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