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UnescoRoma, 25 ott – È da un po’ di giorni che gli amici di Israele sono sul piede di guerra. Tutto nasce da una risoluzione presentata dal consiglio esecutivo dell’Unesco il 12 ottobre e approvata il giorno successivo. Lo scandalo deriva dal fatto che, in tutto il testo, il complesso religioso della Spianata delle moschee, a Gerusalemme, viene chiamato esclusivamente col suo nome islamico, Al Ḥaram Al Sharif, laddove esso è un sito sacro anche per gli ebrei. In quel luogo sorgono la Cupola della roccia e la moschea di al Aqsa, costruita nel luogo dove secondo l’Islam il profeta Maometto è salito in cielo e che è considerato il terzo luogo sacro dei musulmani dopo la Mecca e Medina. Sempre nello stesso luogo sorgeva il Tempio di Salomone distrutto dai Romani nel 70 d.C e di cui rimane solo un muro esterno: il cosiddetto Muro del pianto, il luogo più sacro in assoluto per l’ebraismo.

La risoluzione è stata presentata da sette nazioni musulmane del comitato esecutivo: Algeria, Egitto, Libano, Marocco, Sudan, Oman e Qatar. Essa è stata approvata dai rappresentanti di 24 paesi: in sei hanno votato contro – Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Estonia, Lituania, Paesi Bassi – mentre altri 26 si sono astenuti, fra cui la delegazione italiana, che per questo ha subito la tirata d’orecchie di Renzi. Ora, cosa pensare di questa storia? Il documento (che non avrà alcun effetto pratico, ma è la solita petizione di principio di cui organizzazioni come l’Unesco campano) è stato denunciato da Israele come un tentativo di cancellare il Muro del pianto, e quindi l’identità ebraica, da Gerusalemme. Il che sarebbe certamente assurdo: qualsiasi cosa si pensi di Israele, il fatto che quei luoghi siano santi per gli ebrei è un fatto innegabile.

Leggendo il testo della risoluzione, tuttavia, sembra proprio che le polemiche siano pretestuose. Gerusalemme è patrimonio dell’umanità Unesco dal 1981, su proposta della Giordania, e da quell’anno il sito è iscritto col suo nome arabo. Del resto, tanto l’Onu che l’Unesco reclamano da sempre uno status internazionale per la città, mentre Tel Aviv sostiene che Gerusalemme Est non è “occupata” (“Occupied Palestine” è anche il titolo della risoluzione contestata), ma è semplicemente parte della capitale indivisibile dello Stato di Israele. Bisogna poi sottolineare che la risoluzione (che non è affatto una novità dell’ultima ora, ma replica altri testi analoghi già presentati senza scandalo negli anni scorsi) riguarda specificamente le violazioni israeliane circa l’accesso ai luoghi sacri dell’Islam per i fedeli musulmani, i quali per visitare il sito subiscono diverse angherie che sono da tempo al centro di infinite controversie. È quindi ovvio che ci si riferisca innanzitutto alla parte islamica del luogo, designandola in arabo. Il testo ribadisce comunque che Gerusalemme è città sacra per tutte e tre le religioni monoteiste, altro che “cancellazione di Israele”. Giova poi ricordare che dal 2011 Israele ha abbandonato formalmente l’Unesco dopo il riconoscimento come Stato Parte della Palestina. Insomma, uno scontro che non nasce certo oggi e che riguarda più lo status di Israele come Paese occupante che non la specifica questione del Muro del pianto.

Vista nel suo contesto, la questione assume tutt’altra connotazione e non è certo quella folle e antistorica risoluzione che i megafoni italiani del governo israeliano ci hanno fatto credere. Si può però fare un’altra riflessione, che riguarda non tanto la scaltrezza di Israele, quanto l’ipocrisia dei suoi presunti “nemici”. Queste ostentazioni di muscolarità diplomatiche contro Israele in luoghi inutili come l’Unesco fanno parte di una stanca ritualità in cui certi Stati cercano di “salvare la faccia”. Prendiamo il Qatar, che è tra i proponenti della risoluzione: con Israele è in affari dalla metà degli anni ’90. Nel 2007, Shimon Peres ha addirittura compiuto una visita ufficiale a Doha, in cui è stato Unescoaccolto con tutti gli onori (vedi foto). L’ex capo di Stato qatariota, l’emiro Hamad bin Khalifa al-Thani (che oggi ha lasciato il posto al figlio) era noto per i suoi legami affaristici con Tel Aviv. Non c’è male per dei campioni dell’antisionismo.

Certo, il Qatar finanzia Hamas. Ma c’è da chiedersi se la stessa organizzazione combattente non faccia un po’ parte dello stesso gioco delle parti, facendosi portatrice di un estremismo sanguinario ma che mira più ad alimentare il conflitto che a risolverlo. Vedasi la “Terza Intifada”, quella detta “dei coltelli”, attualmente in corso, che viene rappresentata dai media nostrani come un assedio all’inerme popolo israeliano e che invece, alla data dell’ultimo attacco di rilievo, si caratterizzava per un bilancio di 232 morti palestinesi contro 34 israeliani. Il che, certo, la dice lunga sulla qualità della nostra informazione, ma dà anche l’idea di un bacino di disperazione palestinese a cui Hamas pesca cinicamente, mandando allo sbaraglio donne o ragazzini armati di coltello, che vengono continuamente falciati, per alimentare il culto dei martiri e perpetuare un circolo vizioso infinito. Ma né Hamas né il Qatar intendono vincere la battaglia contro Israele. Molto meglio limitarsi a qualche risoluzione e a un bel po’ di calcoli cinici e criminali.

Adriano Scianca

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