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Roma, 6 gen – Mentre i venti di guerra sconvolgono il mondo, l’italiano medio affronta questa nuova crisi internazionale postando su Twitter freddure contro Luigi Di Maio. Intendiamoci: l’esponente grillino è un pessimo ministro degli Esteri per i tempi ordinari e un uomo tragicamente inadeguato per tempi bollenti come questi. L’impressione, tuttavia, è che puntare il dito contro Di Maio serva sostanzialmente ad assolvere tutti gli altri, magari a promuovere la sua sostituzione con un “competente”, con un “responsabile”, con un “affidabile” esponente dell’establishment. Insomma, il “dagli a Giggino” sembra servire a nascondere un dato inoppugnabile, e cioè che l’Italia ha smesso di avere una qualsivoglia politica estera ben prima dell’ingresso di Di Maio alla Farnesina. (Si farà peraltro sommessamente notare che nella pur tardiva, vaga, fumosa e inconcludente presa di posizione del ministro sui fatti iraniani, il ripetuto accenno alla priorità della lotta contro l’Isis sembra contenere un velato apprezzamento postumo per l’operato del generale Soleimani, che come noto fu uno degli artefici della sconfitta dello Stato islamico in Siria. Il che è molto meno del necessario, ma molto più di quanto avrebbe fatto un “affidabile”…).

Nessun Richelieu tra i ministri degli Esteri della Seconda repubblica

Prendiamo tutti i ministri degli Esteri della Seconda repubblica: Antonio Martino, Susanna Agnelli, Lamberto Dini, Renato Ruggiero, Franco Frattini, Gianfranco Fini, Massimo D’Alema, Giulio Terzi di Sant’Agata, Emma Bonino, Federica Mogherini, Paolo Gentiloni, Angelino Alfano, Enzo Moavero Milanesi, Luigi Di Maio. Con la sola eccezione di Massimo D’Alema, che è un politico detestabile ma con un suo peso specifico e una sua visione tale da permettergli di imporre un suo sistema, di uomini e di idee, anziché essere il terminale di un sistema vigente, per il resto è piuttosto difficile trovare qualche Richelieu in questa lista. Abbiamo degli emeriti signor nessuno (Mogherini, Moavero, Alfano), qualche “tecnico” inconsistente (Terzi), qualche politico parcheggiato (Fini, Gentiloni) e qualche emissario puramente “coloniale” (Bonino). Come si vede, siamo ben lontani dall’aver perso sovranità negli ultimi quattro mesi.

La destra sovranista non sembra attrezzata per operare una discontinuità 

Su questo, va detto, la destra sovranista sembra scarsamente attrezzata per marcare una futura discontinuità, almeno a giudicare dai segnali che giungono dall’azionista di maggioranza della coalizione (mentre la Meloni, e non è la prima volta ultimamente, sembra aver inquadrato bene la questione). Anche qui, però, bisogna capirci: se è sudditanza lo zelo servile di chi si affretta ad allinearsi a ogni azione piratesca dei bombardieri di Washington (e lo è), è sudditanza anche l’atteggiamento fintamente responsabile di chi scatta sull’attenti di fronte ad altre veline di oltre Atlantico, quelle obamiane, per cui si bombarda, sì, ma con il corollario ipocrita di tutta una serie di giustificazioni morali e pseudolegali. Occhio, quindi, a non scambiare per atteggiamento diplomaticamente consapevole i ripetuti inviti alla “strategia”, alla “pianificazione”, alla “riflessione” di tutta quella sinistra che, in queste ore, è sembrata criticare più i tweet da bulletto di Trump che le sue bombe.

Per avere una politica estera, l’Italia deve tornare a esistere

Insomma, la nostra ricerca di una politica estera autenticamente nazionale e funzionale deve partire praticamente da zero. Né ci aiutano in questo senso gli ideologismi manichei di chi immagina “bastioni antimondialisti” ed eroi esotici, fingendo di non vedere il caos di tutta una vasta regione, dall’Iraq alla Libia, in cui è veramente difficile trovare “innocenti” e “puri”. Per avere una proiezione nel mondo che non sia di marca “american-repubblicana”, “american-democratica” o “iraniana”, l’Italia dovrebbe innanzitutto esistere. Non si proietta all’esterno ciò che è privo di consistenza all’interno. Ecco allora il compito per il 2020 appena iniziato: tornare a esistere. Rifondarsi. Una cosa da nulla.

Adriano Scianca

5 Commenti

  1. Una parola per Antonio Martino…, un siciliano (e come dice Buttafuoco i siciliani contano, eccome). Era fuori posto, purtroppo, chi è il responsabile di tale nefandezza?
    Non mi risulta che il caos vada solo dalla Libia all’ Iraq. In politica innocenti e puri non li troveremo mai, possiamo solo tendere al meglio… Senza manicheismi, certo.

  2. Tutto quello che vuoi Scianca, ma l’unica cosa che dovresti e dovremmo chiederci è cosa avrebbe dovuto fare un governo e un ministro degli esteri di una coalizione, diciamo “sovranista”, in questa precisa situazione, cioè di un assassinio politico della terza carica istituzionale iraniana da parte di un governo Usa.
    Penso che l’unica possibilità sarebbe stata quella di condannare l’atto criminale americano “senza se e senza ma” e manifestare solidarietà allo stato iraniano.
    Non vedrei alternative, altre posizioni, sia di pieno appoggiio alla decisione Usa o di appoggio più defilato e soft a Trump, manifesterebbero comunque la solita politica da stato coloniale dell’Italia, quindi non si tratta di avere simpatie per dittatori esotici e prefigurare bastioni antinondialista in modo maniche, ma semplicemente prendere coscienza dei reali interessi internazionali dell’Italia, che non sono quelli degli Usa!

  3. Un paese a sovranità limitata come il nostro difficilmente può avere una politica estera autenticamente nazionale e funzionale. E il problema della sovranità limitata esiste da quando è nata l’Italia è diventata repubblica, perché il vecchio Stato sabaudo un minimo di politica estera significativa ce l’aveva. Certo, bisogna considerare anche che l’Italia è nazione sconfitta nell’ultima guerra.

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