Roma, 10 set – La purga anti identitaria di Facebook non deve essere letta con le categorie del vittimismo: lamentarsi delle libertà non rispettate significherebbe essere già schiavi della retorica di Mark Zuckerberg. È assolutamente chiaro, ma lo era da prima del repulisti di ieri, che Facebook (così come Google, Amazon etc) non è un campo da gioco, non è una piattaforma neutra in cui si scambiano e si scontrano le idee differenti. Facebook, al contrario, è il campo da gioco, l’arbitro, i tifosi e la squadra avversaria, la quale peraltro ha la forza di schierare Messi e Ronaldo. Che la partita sia falsata è assolutamente logico. Non è una violazione delle regole, è la regola basilare stessa del gioco. Tutto questo non significa che i numerosi segnali che arrivano da più parti non vadano registrati e che il cambio di scenario non sia significativo. Anzi.

Cambiamenti climatici

Col cambio di maggioranza c’è stato un cambio di clima radicale e repentino, cambio politico, sociale, culturale e giudiziario. Questo non significa che i giudici o addirittura Facebook prendano ordini dal Pd, che pure è tornato al potere con una gran voglia di maramaldeggiare. È un meccanismo spontaneo che si innesca da solo e che genera dinamiche convergenti. Del resto il controllo veramente efficace è proprio quello diffuso, disseminato, non quello che di dipana da un unico centro direttivo ben identificabile. È questa la differenza tra Stato e sistema, come già spiegava Guillaume Faye.

Nell’analisi del mutato quadro politico, un capitolo a parte è rappresentato dalla sinistra, di cui non si può non ammirare la metodica ferocia ideologica (un ambito nel quale, diciamolo di passaggio, la Lega dovrebbe semplicemente andare a ripetizione… chiamiamola “scuola di potere”), ma che allo stesso tempo segna un suo ulteriore indietreggiamento di posizioni rispetto al capitalismo delle multinazionali, che ormai funge da vera e propria Internazionale comunista dei tempi attuali. Fa in effetti un certo effetto Pd e Anpi in brodo di giuggiole per una decisione che scavalca a pie’ pari la legge italiana e la stessa Costituzione, di cui invece, per la sinistra italiana, Zuckerberg avrebbe fornito addirittura un’applicazione stringente.

Quali reati?

“Bene Facebook. Un altro passo verso l’archiviazione della stagione dell’odio organizzato sui social network”, scrive sul social l’ex Presidente della Camera, Laura Boldrini. “Chi sparge odio e violenza non ha più campo libero sui social network. Adesso andiamo avanti con una normativa complessiva di prevenzione e sanzione dei linguaggi d’odio sul web”, aggiunge Valeria Fedeli su Twitter. E il capogruppo dem al Senato Andrea Marcucci conclude: “L’apologia di fascismo è un reato anche sui social. Chissà magari ora se ne accorge anche Salvini”. In realtà il reato in oggetto viene contestato a CasaPound solo sui social. Dato che, fino a prova contraria, nella “repubblica nata dalla resistenza”, la magistratura brava, buona e democratica non ha mai messo fuorilegge Cpi.

Contro lo Stato

Ma la sinistra non sembra provare imbarazzo nel riconoscere apertamente il ruolo di avanguardia politica e legislativa accordato alla multinazionale americana. Questa privatizzazione del diritto appare anzi del tutto coerente con l’evoluzione ideologica di tutto quel mondo (Paolo Berizzi, avendo ancora qualche pudore a definire Facebook fonte del diritto, l’ha chiamato oggi su Repubblica un “corpo intermedio”…). È la logica conseguenza di un’ideologia anti statale portata alle estreme conseguenze.

Lo Stato, in effetti, anche quando liberale, anche quando retto da partiti di sinistra, comporta ancora fastidiosi orpelli come la sovranità, la territorialità, dei confini, delle distinzioni tra cittadino e non  cittadino, delle esigenze di realpolitik. Tutti noiosi ostacoli al dispiegamento totale dell’ideologia globalista. Meglio, molto meglio affidarsi a un’istituzione che tale non è, che è pura espressione di valori globali, che non ha un esercito e non ha confini, che intende unificare il mondo e unire le genti. Sia dunque resa lode al compagno Mark Zuckerberg, il nuovo piccolo padre dei popoli.

Adriano Scianca

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