Zerocalcare finisce su Netflix e il grande pubblico viene a contatto con la cultura centrosocialara. Qualcuno lo ha definito «l’ultimo intellettuale italiano», la sua è la serie più seguita della piattaforma: è una grande prova della capacità del mondo dei centri sociali e della sinistra più radicale di «fare sistema»? La sinistra radicale ha questa capacità egemonica? Se sì, come è riuscita a crearla?

Questo articolo è stato pubblicato sul PrimatNazionale di gennaio 2022

Il caso del momento

Strappare lungo i bordi ha aperto un dibattito nel mondo della sinistra radicale. In realtà più piccolo di quel che si poteva sospettare, e forse proprio per questo interessante. C’è chi osteggia il cedimento verso il liberismo dell’autore, reo di proporre i propri contenuti tramite una piattaforma come Netflix, e chi invece attribuisce il successo della serie a una strategia esplicitamente ricercata dal mondo antagonista. Un intervento interessante in questo dibattito è stato quello dello scrittore Giuliano Santoro, penna del Manifesto e vicino al circuito Wu Ming. Su Twitter difende Michele Rech (in arte, appunto, Zerocalcare), affermando che «esistono decine di documenti e libri, anche di trent’anni fa, che testimoniano la consapevolezza dei csoa nel formare agitatori culturali destinati ad assaltare il mainstream, quindi Zerocalcare non nulla di cui vergognarsi e lo sa bene».

Lo stesso fumettista afferma grossomodo in ogni occasione: «Non ho venduto il mio mondo a Netflix, che anzi mi ha lasciato grande libertà», rivendicando quindi la genuinità della propria opera, ma senza chiedersi il perché di tanta libertà. E se Netflix non lo avesse censurato perché non c’era nulla da censurare, data la fondamentale convergenza di valori? In un volume a più voci del 1995, significativamente intitolato Centri sociali: che impresa!, si leggeva: «I centri sociali fanno impresa, cioè svolgono delle attività economiche legate alla loro attività di spettacolo, di autoproduzione musicale, editoriale, di gadget. In più, a latere si sono formate una serie di cooperative che interagiscono con l’attività dei centri. Il potere conosce queste cose, tant’è che gli presta un’attenzione via via maniacale».

Questa attenzione maniacale darà luogo a forme di mimetismo e compenetrazione sempre più forti, tant’è che nel 2008 Matt Mason potrà definitivamente parlare, in un libro omonimo, di «punk capitalismo», ovvero di come le sottoculture giovanili e gli stili di vita «pirata» abbiano innervato il nuovo capitalismo all’insegna dell’etica diy. Ovvero «do it yourself», motto nato nel mondo punk per rifiutare le avance delle grandi etichette discografiche, oggi integrato pienamente nella comunicazione e nella filosofia delle grandi multinazionali (Think different, Image is nothing, Go create, Just do it, sono tutti slogan pubblicitari usati dalle grandi marche).

L’epoca d’oro dei centri sociali

È innegabile che, andando a ritroso nei decenni, il mondo dei centri sociali sia stato una fucina culturale in grado di sfornare una «cultura» altra, separata e autonoma rispetto a quella ufficiale. Pensiamo, ad esempio, alla diffusione della musica punk-hardcore, al circuito di editoria alternativa o alla capacità di «fare massa», che fino ai primi anni Duemila era in grado di decidere cosa fosse cool nel mondo giovanile, con le grandi etichette costrette a interrogarsi sul perché gruppi punk sconosciuti, spesso autoprodotti, vendessero più dei loro artisti in scuderia. Un mondo capace, in passato, di ricevere la solidarietà di premi Nobel quando si trattava di protestare contro lo sgombero di un centro sociale milanese: fu Dario Fo a mostrarsi vicino a questo mondo, ma la luna di miele è durata fino al 2019, quando subì a propria volta un’occupazione del proprio teatro ad opera di un centro sociale.

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Sarebbe ingeneroso anche dimenticare che, durante la parentesi delle «tute bianche», il mondo antagonista era ancora abbastanza vivo da fare riflessioni e reinventarsi la propria storia e le proprie strategie: lo zapatismo italiano, ovvero un approccio strategico all’ordine pubblico che contrapponeva alla gestione «anni Settanta» dello scontro da parte delle forze dell’ordine una stratificata fauna di piazza. Un melting pot che permetteva la convivenza di realtà militanti come le tute bianche, l’anonimo simpatizzante presente al singolo evento, i black block, la sinistra istituzionale immancabilmente in prima fila, in una nuova «teoria della piazza» che ebbe un certo successo. Si potrebbe anche citare l’esperimento – notevole sul piano tecnico più che sul piano del contenuto valoriale – Luther Blisset, che ha scosso l’editoria italiana e dal quale è gemmato poi il fenomeno Wu Ming, che – innegabilmente – nel mortissimo mondo del romanzo nostrano qualche numero riesce a muoverlo.

Ma quale egemonia

Tutto vero, ma oggi? Cosa è rimasto? È davvero sensato dire che oggi il mondo dei centri sociali possiede questa vitalità culturale? Zerocalcare è il simbolo di questa capacità di «occupare la casematte della cultura»? È opinione di chi scrive che questa interpretazione sia un discreto abbaglio. Sì, è vero che vi è ora una discreta permeabilità tra mondo dell’arte, dello spettacolo, dei media e la sinistra radicale. Eppure, non si tratta affatto di un riuscito assalto degli «antagonisti» al chiuso mondo della propaganda del liberismo. Piuttosto, è avvenuto il contrario.

Tale fenomeno osmotico è reso possibile dal fatto che l’antagonismo di sinistra ha semplicemente rinunciato a essere «contro da fuori», decidendo strategicamente di «essere contro, ma dentro». Per finire, poi, col non essere contro per niente: non è quindi la «sinistra antagonista» che ha saputo imporre a Netflix un proprio prodotto, ma piuttosto Netflix, il capitalismo post-produttivo, che ha completamente colonizzato la sinistra radicale e ne ha modificato i contenuti simbolici, i riferimenti, le proposte politiche. D’altra parte, con poche eccezioni davvero radicali, l’intero mondo dei centri sociali – pur godendo di una grande libertà in termini di produzione culturale – è sempre stato incapace di…

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