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Roma, 3 lug – Scriveva Sergio Ricossa che l’elogio della cattiveria è la base di ogni umanesimo non utopico, e non possiamo non dargli ragione. Partiamo dal presupposto che nel nome del leninismo-marxismo-maoismo, e devianze varie, sono stati ammazzati milioni di cristiani in tutto il mondo, e la lista dei morti e delle libertà quotidianamente violate continua a crescere ogni giorno. I più grandi criminali nella storia dell’uomo, del resto, sono accomunati dalle ottime intenzioni poste alla base delle loro nefandezze. Tex Willer, un magnifico libertario che sa prendere a sganassoni anche chi ha la stella di latta cucita sul petto, rammenta sempre che la via che porta all’inferno è lastricata di gente colma di buone intenzioni. Il buonismo è una devianza dei buoni sentimenti, se non addirittura la sua applicazione pratica e più perversa. Oggi moriamo di buonismo, e i buonisti ci consolano dicendoci che almeno finiremo in paradiso. Ma se c’è il paradiso vuol dire che c’è anche l’inferno, e questo risulta discriminatorio per chi in vita ha commesso qualche peccatuccio. Dunque né inferno né paradiso: moriremo, e sulla lapide verrà scritto che egli in vita fu buonista. Sai che soddisfazione.



La piaga del buonismo

Il buonista portatore di ottime intenzioni se ne frega delle conseguenze e persegue militarmente il suo scopo, costi quel che costi. E solitamente è così intelligente da decidere chi è dignitoso e chi no, e solitamente i suoi preferiti sono coloro che lo seguono sulla sua strada di bontà assoluta. Gli altri, i razionali cinici, meritano la deportazione in qualche campo di rieducazione, ovviamente per il loro bene.

Meglio cattivi che imbecilli

Malika, la ragazza presunta lesbica che ha infuocato l’opinione pubblica italiana con le accuse di omofobia rivolte ai suoi genitori, che la avrebbero cacciata di casa, cosciente di vivere in un paese intriso di buonismo idiota, s’è data da fare: ha frignato e ha raccolto circa 115mila euri, spiegando d’averne bisogno per vivere. Oggi ci racconta che con quei quattrini ha anticipato due anni di affitto per un appartamento a Milano, si è comprata una Mercedes e un cane pagato 2500 euri. Della solidarietà che tanto prometteva quando piagnucolava non c’è neanche l’ombra, ma intanto lei sta comoda.

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Le facce dei buonisti che si erano stracciati le vesti e le avevano donato tutti quei quattrini ce le possiamo immaginare e facciamo bene a riderne. Noi, scettici e cinici sin dal primo minuto, sospettavamo che la ragazza fosse, più che disperata, una esperta di marketing, come infatti confermò suo fratello intervistato alla Zanzara. Il solito coro di indignati da tastiera ci seppellì con ridondanti accuse sul nostro scarso senso civico. Ebbene, oggi dobbiamo spernacchiarli, ricordando loro come la nostra cattiveria ci abbia salvato pecunia e faccia. Meglio esser cattivi che imbecilli, poiché l’imbecille danneggia frequentemente gli altri senza neanche volerlo.

L’impresentabilità è una virtù

Il buonista, oltre ad esser pericoloso, è noioso. Troppo facile essere inclusivi, generosi e magnanimi. Più difficile è invece essere cattivi ed egoisti ma tenacemente attaccati al principio di realtà. Gli applausi gratis, quelli che non costano alcuna fatica, sono i più inutili. Il sordo chiamato non udente continua a non sentire, e il cieco chiamato non vedente continua a non vedere. La donna a cui viene concesso, tramite apposita modifica statutaria, l’accesso a un club di soli uomini, beh, continua a rimanere una donna. Ecco, dovremmo far nostro il motto del comico americano Marx Groucho: «Non mi iscriverei mai ad un club che accettasse soci come me». L’impresentabilità è una virtù. La capacità di non meritarsi premi eco&solidali è un vezzo meritevole d’applauso. Altro che le banali cinquine dei premi italiani in cui i partecipanti fanno a gara a chi è più buono.

Lorenzo Zuppini



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