L’epidemia di Sars-CoV-2 in Italia è finita. E, se non è finita davvero, va comunque fatta finire, per decisione politica. Il virus giunto ufficialmente nel nostro Paese il 21 febbraio 2020 – ma verosimilmente molto prima – esce dalle nostre vite. Forse non dai nostri corpi, dove continuerà a circolare sotto forma di varianti si spera sempre meno nocive, ma dalle nostre vite sociali. Nessuna società può resistere a più di due anni di pandemia, di lockdown, di restrizioni, di chiusure, di ristori miserabili, di divisioni della popolazione in buoni e cattivi, di green pass, di distanziamenti, di politica commissariata dalle virostar.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di marzo 2022

L’epidemia e l’industria della paura

Ci hanno provato in tutti i modi ad attizzare nuovamente il terrore attorno alla variante Omicron. In alcune interviste rilasciate a varie testate internazionali, la dottoressa sudafricana Angelique Coetzee, ovvero colei che il 18 novembre 2021 scoprì questa variante, ha confessato: «Mi è stato detto di dire che si trattava di una variante pericolosa e di non dichiarare pubblicamente che Omicron causava principalmente una malattia lieve». Dopo aver atteso per mesi una variante dalla grande diffusività e dai sintomi lievi, al fine di poter raggiungere la tanto agognata immunità di gregge, l’endemizzazione del virus, quando ce l’abbiamo avuta davanti agli occhi abbiamo riattivato i dispositivi retorici del terrore, della paura, della minaccia. Ma, alla fine, ci si è dovuti arrendere.

Ovviamente, dal punto di vista strettamente sanitario, non abbiamo garanzie che dopo Omicron non arrivi una variante più pericolosa. Non abbiamo garanzie di nulla, in verità, dal meteorite all’invasione aliena. Bisognerà quindi tornare a familiarizzare con l’idea di rischio, visto e considerato che eleggere a ideologia dominante un principio di precauzione snaturato in modo delirante non ci ha comunque messo al riparo dalla tragedia. E magari, nel frattempo, si potrebbe cominciare a intervenire su sanità, trasporti e scuola, per far sì che anche eventuali ritorni di fiamma del Covid possano essere assorbiti in futuro senza dover congelare ancora la socialità di una nazione. In ogni caso, qualsiasi cosa accadrà sul piano pandemico, verosimilmente dopo la prossima estate, dovremo comunque attrezzarci per conviverci, senza più paranoie. E anche senza più green pass, uno strumento inutilmente vessatorio, divisivo, discriminatorio, nonché del tutto inutile ai fini del contenimento del contagio.

Non si torna indietro

Al di fuori della contingenza e dell’orizzonte a breve termine, e auspicando che a settembre 2022 non venga in mente a nessuno di tornare bellamente con le lancette al marzo 2020, come se non fosse successo nulla, restano tuttavia molte, troppe incognite sul mondo che verrà. È il dilemma della «nuova normalità». Intendiamoci, fuori da ogni paranoia cospirazionista, che un grande evento cambi la vita quotidiana delle persone è perfettamente naturale: prima della Grande guerra, Ezra Pound girò mezza Europa esibendo come documento alle frontiere una tessera del Touring club. Passata la tempesta bellica, quando i cannoni cessarono di tuonare, non si tornò al mondo di prima: il modo di concepire i rapporti tra gli Stati era cambiato per sempre.

Non torna mai il mondo di prima. Non è successo dopo i grandi conflitti, dopo le grandi rivoluzioni, dopo l’11 settembre, dopo il crollo del 1929. Il che, come spiegammo nel numero del Primato Nazionale dedicato al Grande Reset, non è detto che sia un male, dato che la «vecchia normalità» faceva schifo. Il timore per ciò che ci aspetta nel post-pandemia, tuttavia, è legittimo, perché il sospetto che qualcuno voglia approfittare dell’emergenza per imporre forme di controllo di natura assolutamente non sanitaria è fondato. Bisogna del resto ricordarsi – lo ha fatto recentemente su queste colonne Adolfo Spezzaferro – che le restrizioni alla libertà dell’era Covid non nascono dal nulla. Hanno avuto un loro laboratorio, che è stato quello delle politiche poliziesche di stampo antifascista. Una volta che hai negato a qualcuno che non ha commesso alcun reato di poter prendere una sala pubblica per una conferenza, cosa ti frena dal negargli l’ingresso in un bar?

Essere comunità

Che il mondo dopo il Covid si trasformi in una sorta di lockdown a bassa intensità, con meccanismi sociali e politici inaugurati durante la pandemia a scandire la nostra nuova quotidianità, è una possibilità concreta. Così come il fatto che determinati meccanismi sopravvivano al…

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