Roma, 5 nov – Guarda un po’, anche i fascisti di CasaPound lavorano. E lo fanno sodo. Non saranno mica persone (quasi) come le altre? Sembra dirci questo l’inchiesta, firmata da Andrea Palladino, Giovanni Tizian e Stefano Vergine, pubblicata da L’Espresso in edicola oggi.


Propagandata urbi et orbi – è presente perfino un richiamo in copertina – come fosse l’inchiesta definitiva sull’oscura rete (i colori cupi scelti in fase di impaginazione vogliono probabilmente trasmettere questo messaggio) di possidenti fiancheggiatori del movimento della tartaruga frecciata, ciò che “smaschera” è in realtà una rete di normalissime imprese private impegnate in normalissime attività commerciali: dalla ristorazione all’editoria, dall’abbigliamento alla comunicazione passando per le palestre.

Non contenti di essere tornati in redazione con un pugno di mosche (e imprese) in mano, gli estensori dell’articolo cercano comunque il proverbiale pelo nell’uovo. Sembrano averlo trovato: si chiama Frédéric Chatillon. Chi era costui? Responsabile della propaganda per Marine Le Pen fino al 2015, dopo si è trasferito a Roma dove ha aperto Riwal Italia, società di comunicazione che però da parte sua nega alcun legame con organizzazioni politiche. “Non resta dunque che affidarsi ai pochi documenti ufficiali disponibili, come il bilancio 2015 che segna un fatturato di 135mila euro, la cui origine resta inspiegata”, si legge. Si citano inchieste francesi, ma si è costretti ad aggiungere a malincuore che la magistratura non ha trovato nulla di penalmente rilevante. Non è forse un po’ poco per dimostrare chissà che presunta trama?

Quale sarebbe dunque la notizia? CasaPound è un movimento nazionale che conta quasi 20mila tesserati, è fisiologico che al suo interno si possano trovare oltre a studenti, operai, impiegati, dirigenti e professionisti, anche imprenditori, magari anche capaci di fare il loro mestiere e di mettere queste competenze a disposizione del movimento. Tutte cose banali, che però diventano inquietanti se le si collega tra loro con tono insinuante, per dimostrare connessioni e flussi di denaro inesistenti. Che qualcuno apra un bar è una non notizia, anche se il titolare dell’attività appartiene a un movimento sgradito. Basta tuttavia far balenare l’idea (del tutto indimostrata e indimostrabile, si badi) che quell’esercizio commerciale è in realtà un avamposto politico pagato con soldi dalla provenienza poco chiara affinché la non notizia diventi una sorta di scoop. Lo scoop, in realtà, non c’è, ma se non altro si è raggiunto l’obiettivo di buttar giù una lista di proscrizione dei bersagli da colpire.

E alla fine non resta che ammettere di aver fatto un buco nell’acqua: “Non c’è che dire, è decisamente cresciuto questo movimento. Un’onda nera di tesserati, con un centinaio di sedi sparse per l’Italia, una web radio, associazioni di vario genere, librerie, società editrici. E con aziende e cooperative di riferimento, come ogni partito che si rispetti“. Non c’è male, come scoop.

Nicola Mattei

6 Commenti

  1. Che volete farci? Giornalismo da quattro soldi con “inchieste” costruite sul nulla.
    Prendo per esempio il marchio d’abbigliamento Pivert, sicuramente nato e cresciuto in ambienti vicini a CasaPound e allo stesso Primato Nazionale… C’è forse da vergognarsi?

    Perché esistono forse marchi di abbigliamento i cui proprietari non hanno idee politiche? Esistono forse giornali senza una certa impronta politica?
    Pivert fa abbigliamento e da quanto leggo sul sito, abbigliamento fabbricato in Italia. Andrebbe valutata per quelli che sono i suoi prodotti, discorso che vale anche per le varie Lacoste, Fred Perry, Ben Sherman,…

    Che Pivert nasca vicino a CasaPound è un problema?

    Qualcuno potrebbe dire “alcuni dei soldi della Pivert potrebbero essere spesi per attività politiche di CasaPound” e anche fosse (cosa non provata, ho giusto fatto un esempio), dove sarebbe il problema?
    Non fanno forse lo stesso le altre aziende? Se chi gestisce la Pivert ottiene dei profitti avrà pur diritto di reinvestirli come meglio crede no?

    Io certo non sono di CasaPound eppure sono qua a leggere il Primato Nazionale, perché? Per farmi un’idea, perché mi piace leggere articoli e opinioni delle più diverse e quando comprerò una nuova polo Pivert sarà certo una possibile scelta, in quanto l’essere fabbricata in Italia mi attira non poco.

    Si parla tanto di libertà eppure di questi tempi è una parola che sento soprattutto in bocca ai peggio censori, persone la cui visione del mondo è non solo ottusa, ma pericolosa.

    Produrre in Italia o essere vicina a CasaPound è forse un reato per Pivert? Di un’azienda troverei più pericolosa l’evasione fiscale, la produzione sfruttando persone, una pessima politica ambientale riguardo le materie prime…

    Avere un’idea vicina a una certa realtà politica è forse un reato per lo stesso Primato Nazionale? E dove vogliamo mettere la pluralità del pensiero? La libertà, appunto.

    Omicidi, stupri, rapine, mafia, corruzione… Occupiamoci di quelli che sono i veri problemi, i veri reati.
    Chiunque se ne macchierà, CasaPound, Primato Nazionale e Pivert compresi, avrà modo di pagarne le conseguenze.
    Sino ad allora evitiamo di creare scandali sul nulla e mostri che non esistono.
    Chissà che un domani non parleranno di raccolte alimentari come voto di scambio.

    Detto questo, che vinca la politica migliore e che si impari a combattere gli avversari guardandoli negli occhi e a testa alta, non con strani sotterfugi.

  2. e dov’è lo scoop ? Considerando poi che quella rivista si colloca in un’area politica che è del tutto antitetica a CasaPound ….

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