L’infittirsi di trattative e manovre e il febbrile avvicendarsi di ipotesi, più o meno verosimili, per individuare il profilo, ma soprattutto il nome di un candidato condiviso in vista dell’imminente elezione del presidente della Repubblica hanno fatto scivolare in secondo piano un interrogativo che, subito dopo l’investitura del nuovo capo dello Stato, è destinato a ricomparire nell’agenda politica. Il tema è quello delle ripercussioni di questa consultazione sulla vita istituzionale dei prossimi sette anni, e quindi il tema del presidenzialismo.

Questo articolo è stato pubblicato sul PrimatNazionale di gennaio 2022

Non può negarsi che la figura del presidente della Repubblica nell’ultimo decennio ha conosciuto una progressiva trasformazione in forza di un’interpretazione che, pur nei limiti segnati dalla Costituzione, gli ha permesso di agire in maniera sempre più incisiva. Una trasformazione determinata non soltanto dalla debolezza della maggioranza dei partiti, che per alleviare l’irreversibile deficit di credibilità e autorevolezza hanno salutato sempre con favore l’apparizione di un deus ex machina al quale affidare il ruolo più complicato in ogni momento di crisi, ma sostenuta anche dall’appoggio di altre istituzioni, a cominciare dalla Corte costituzionale.

La grande trasformazione

Si deve, infatti, al giudice delle leggi e alla controversa sentenza sulle intercettazioni nelle quali era rimasto invischiato il presidente Napolitano la teorizzazione di una «magistratura di influenza» per descrivere il ruolo del capo dello Stato e trovare un appiglio per metterlo al riparo dalle captazioni telefoniche. Si tratta di una pietra miliare sul percorso delle istituzioni repubblicane, perché l’interpretazione della Corte consente ora di affiancare continuamente ai poteri formali un uso discreto di quello che è stato definito il «potere di persuasione», ossia una serie di attività informali, che possono precedere o seguire l’adozione, da parte propria o di altri organi costituzionali, di specifici provvedimenti, sia per valutare, in via preventiva, la loro opportunità istituzionale, sia per saggiarne, in via successiva, l’impatto sul sistema delle relazioni tra i poteri dello Stato.

In un simile contesto, la convergenza di tutte le formazioni politiche o, comunque, della maggioranza su un particolare candidato, potrebbe essere il preludio per un ulteriore sviluppo dell’ordinamento verso una connotazione marcatamente presidenziale, con un presidente che, come anche auspicato da qualcuno, dal Quirinale potrà essere in grado di gestire – o quantomeno orientare – anche Palazzo Chigi. Per dirla con altre parole, è assai probabile che il prossimo inquilino del Quirinale, ponendosi in linea di continuità con i suoi predecessori, rafforzi ancora la posizione che negli ultimi tempi ha assunto rispetto agli altri organi costituzionali, prefigurando una sorta di presidenzialismo di fatto.

I problemi sul tavolo

Una metamorfosi che, tuttavia, pone seri problemi di coerenza – ma si è parlato, più francamente, di una vera propria «torsione» – con l’architettura costituzionale, come del resto avviene quando i cambiamenti si materializzano nella prassi e il legislatore non si preoccupa di metter mano anche al dato normativo, dando luogo a lacune quanto mai pericolose, soprattutto se riguardano l’essenza dello Stato di diritto. Questa situazione, dunque, consegna un dato intorno al quale è necessario riflettere, perché dimostra quanto sia utile nell’ordinamento una figura che non abbia soltanto poteri di rappresentanza, ma possa imprimere alla vita politica una spinta risolutiva, specialmente nelle situazioni di maggior difficoltà. Una figura che rappresenti l’unità nazionale, ma sia anche dotata dei poteri necessari per salvaguardarla.

Presidenzialismo: conviene?

L’idea di realizzare una riforma in senso presidenziale non è affatto nuova, anche se non è mai stata coltivata con particolare cura, probabilmente schiacciata dal peso della scelta compiuta in principio dalla Costituente. Rispetto al passato, tuttavia, le condizioni appaiono mutate e i tempi sembrano maturi per un’innovazione che trasformerebbe la Repubblica sin dalle fondamenta. La riforma del presidenzialismo, pur profonda e radicale, non dovrebbe però rivelarsi traumatica mentre, per altro verso, potrebbe costituire un argine a derive di stampo autoritario. Il sistema politico ha già sperimentato e metabolizzato alcuni aspetti di questa ipotetica riforma sotto il profilo pratico, nella misura in cui partiti e governi si sono dovuti misurare con un esercizio più incisivo delle prerogative presidenziali. Da questo punto di vista, si tratterebbe quindi di fissare in precise previsioni costituzionali quanto già è avvenuto nella realtà. D’altro canto, un intervento sul testo costituzionale avrebbe senz’altro il pregio di…

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1 commento

  1. Io onestamente preferisco una Repubblica Parlamentare con bicameralismo perfetto e parlamentari quanto meno non paraculi.

    Chi ama il Presidenzialismo può andare in Austria, Germania, Francia, USA.

    Anche perché questo non è ne monarca ne presidente, è un semplice zerbino a stelle e strisce davanti alla porta del Quirinale (ex art. 21 Costituzione).

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