«Qual è il nostro scopo ultimo, il mito, l’immagine che ci anima? Una nuova rinascita dell’Europa». Il Manifeste de l’Institut Iliade, appena uscito in Francia a firma di alcuni giovani quadri del pensatoio identitario, ha indubbiamente il merito di richiamare tutto un mondo, ulteriormente apparso disorientato, ai fondamenti di una visione del mondo.

Questo articolo è stato pubblicato sul PrimatNazionale di gennaio 2022

Fondato nel 2014, in diretta continuità con il messaggio testamentario di Dominique Venner, l’Institut Iliade pour la longue mémoire européenne è in qualche modo l’erede designato del Grece, il Groupement de recherche et d’études pour la civilisation européenne che fu il motore della Nouvelle droite negli anni della sua massima influenza e con cui ha del resto in comune diversi esponenti. Oggi come allora, dalla centrale parigina si irradiano idee, analisi, parole d’ordine, mitologemi destinati a germogliare un po’ ovunque in Europa, anche in luoghi geografici e ideali molto lontani dall’origine. Questo agile volumetto, sintetico ed esaustivo, giunge quindi benvenuto ai fini di un rischiaramento concettuale all’interno dell’intero mondo identitario europeo.

La crisi più profonda

Il Manifesto parte dalla constatazione che «l’Europa vive la crisi più grave della sua storia. Una crisi esistenziale, in senso stretto: non solo una interrogazione sul senso dell’esistenza, ma una minaccia sulla possibilità stessa di continuare a esistere fisicamente e culturalmente». Questa crisi si manifesta principalmente attraverso due fenomeni: la grande sostituzione e la grande cancellazione. Ovvero il cambiamento del sostrato antropologico e il reset della cultura che hanno caratterizzato la storia del Vecchio continente.

Se questa diagnosi della crisi – ovviamente qui sommariamente riepilogata – non farà fatica a trovare consensi unanimi in tutto il mondo identitario europeo, comprese molte sue propaggini «moderate», la precisazione che arriva subito dopo giunge invece particolarmente benvenuta perché, al contrario, va a mettere il dito nella piaga di alcune derive in corso nei medesimi ambenti: «Di fronte a questi pericoli, due insidie vanno evitate: l’insidia catastrofista o survivalista, che considera il crollo come certo, e l’insidia conservatrice, che si limita a voler proteggere ciò a cui possiamo ancora restare attaccati». Sono esattamente i vicoli ciechi in cui molte destre, anche «radicali», si stanno infilando in questo periodo: «Se il crollo è davanti ai nostri occhi», leggiamo, «allora il nostro compito principale è quello di ricostruire. Smettiamo di vedere il nostro tempo come una lenta agonia e ogni sussulto come una semplice tregua nella corsa verso la morte della nostra civiltà. Quello che stiamo vivendo è un momento di transizione che sta a noi rendere fecondo, un interregno, la gestazione di nuove forme che aggiorneranno il nostro antico patrimonio».

Il manifesto dell’Iliade

La risposta offerta dall’Iliade per superare la crisi del nostro tempo ha ovviamente a che fare con la riscoperta della nostra identità. In un passo cruciale del testo leggiamo: «Il prerequisito per qualsiasi azione politica o metapolitica costruttiva è una presa di coscienza comunitaria. In un momento di generale rimescolamento delle identità – per oblio, per cancellazione, per sostituzione e per commistione obbligata – ogni europeo deve rendersi conto di essere portatore di uno specifico patrimonio etnoculturale che deve preservare e sviluppare per portare frutto. Per molti dei nostri contemporanei, questa presa di coscienza passa attraverso un atto traumatico, come essere l’unico “bianco” nella metropolitana o nel cortile della scuola. Spesso molto violenta, troppo violenta, questa presa di coscienza ha qualcosa di stupefacente, di paralizzante e raramente è seguita da uno sconvolgimento fondamentale nel proprio modo di essere. A volte può portare alla disperazione, alla rinuncia, alla sensazione che “tutto è perduto”. La missione dell’Istituto dell’Iliade è suscitare e sostenere questa presa di coscienza comunitaria, ma conducendola verso l’alto: rendendola feconda anziché invalidante».

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Ragionamento ancora una volta ineccepibile, che fornisce ai dilemmi identitari dell’uomo europeo una soluzione «verso l’alto» ed evita di titillare i rancori da white trash verso cui, di nuovo, parte del mondo anticonformista è stato troppo indulgente. Sì, è possibile comprendere sé stessi anche attraverso la frustrazione provata in un vagone della metropolitana, ma tale choc va poi coltivato attraverso una presa di coscienza identitaria. Il Manifesto prosegue analizzando i vari cerchi dell’identità, a partire da quello biologico (ma avvertendo che «se l’uomo è il frutto di un substrato biologico, egli ovviamente non si riduce a esso»), familiare («un filo che percorre le generazioni»), territoriale, fino ad arrivare al cerchio più ampio, quello della civiltà. Quale sia la nostra civiltà di appartenenza, secondo l’Iliade, dovrebbe ormai essere chiaro: «La civiltà nella quale ci radichiamo e che difendiamo è l’Europa». La principale minaccia alla nostra identità, «la nostra battaglia prioritaria», è invece quella contro le…

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