Roma, 20 giu – Cosa rimane del movimento che ghigliottinava la casta a suon di Vaffa e boom elettorali? Stracci e polvere, volanti e volatili piccolezze, per un pugno di scranni. Logorato da un potere odiato, sconosciuto, derubricato a scatoletta di tonno da aprire. Picnic scapigliato tra amici dediti alla zingarata seriosa, trasformatosi d’un tratto in confraternita amministrativa, fatuo sonno degli incendiari. La contestazione di chi sapeva solo inveire si è rivelata freddo calcolo conservativo, mantenimento di uno status quo istituzionale. Siamo arrivati così alla resa dei conti più triste della storia politica italiana, con epuratori che rischiano l’epurazione, esponendo il collo al nuovo sovrano traballante trasmutatosi in giacobino esitante. Il firmamento pentastellato va in frantumi e nessuno, sul pianeta terra, versa una lacrima che sia una. Neppure i fan della prima ora, da tempo ormai in ben altre faccende affaccendati, da tempo stufi della battaglia farsesca. Se i 5 Stelle non sono ancora morti è solo perché la titanomachia intestina non prevede titani a darsele di santa ragione, nessuno prevale perché nessuno rappresenta alcunché.

Polvere di 5 stelle

Difficile immaginarsi che potrebbe essere altrimenti, di fronte a una crisi globale che attanaglia anche i cittadini italiani, alle prese con la mannaia di un dramma economico ed energetico indotto. Ma il tracollo elettorale del M5S – causa reale della pagliacciata a cui assistiamo in questi giorni – sembrava già inarrestabile, è stato soltanto evidenziato con l’uniposca al primo turno delle amministrative. Incubo incarnato di una notte di mezza estate, sveglia dal torpore per chi si era parcheggiato in Parlamento pensandosi statista. Assistiamo oggi alla versione comica di un Sovnarkom sovietico, tra commissari del popolo senza popolo che si schiaffeggiano, producendo soltanto tregue armate. Proprio loro che sulla carta stanno litigando sugli armamenti all’Ucraina, tra favorevoli e contrari, neppure avessero davvero voce in capitolo in questa partita.

Quattro ore di riunione serale per decidere il da farsi dopo la pioggia di critiche interna caduta sulla testa di Luigi Di Maio, ministro degli Esteri irreale di un Paese commissariato, picconato dal prescelto Conte. Quattro ore di chiacchiere al vento – a cui seguiranno infinite giornate di grida sguaiate – che hanno prodotto esattamente quanto prodotto dai grillini in quattro anni di governo: un gigantesco nulla. E si chiedono come possano aver perso tutto ciò che può perdere un partito che rifiuta ancora di chiamarsi partito: presunta identità, credibilità, elettori, personaggi trainanti voti. Dibba non c’è più, Grillo è stalattite inerte, la piattaforma Rousseau è naufragata. Restano orfani e avvocati senza popolo, a intonare il de profundis.

Eugenio Palazzini

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