Roma, 30 set – Ieri, dopo la consueta messa domenicale, papa Francesco – Jorge Bergoglio per gli amici – ha inaugurato a San Pietro il nuovo monumento ai migranti. La scultura, realizzata dall’artista canadese Timothy Schmalz, si intitola Angels Unwares, ossia «angeli inconsapevoli». L’inaugurazione dell’opera ha avuto luogo in concomitanza con la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, una di quelle nuove ricorrenze che tanto piacciono all’establishment globalista, ma che non interessano minimamente il «cittadino comune».

«Siamo tutti migranti»

Cronaca a parte, è interessante analizzare il significato simbolico di quest’opera. Come ha affermato lo stesso Bergoglio, «tale scultura, in bronzo e argilla, raffigura un gruppo di migranti di varie culture e diversi periodi storici. Ho voluto questa opera artistica qui in Piazza San Pietro, affinché ricordi a tutti la sfida evangelica dell’accoglienza». Insomma, come spiega Vatican News, si tratta di «un gruppo di migranti e rifugiati, provenienti da diversi contesti culturali e razziali e anche da diversi periodi storici. Sono messi vicini, stretti, spalla a spalla, in piedi su una zattera, coi volti segnati dal dramma della fuga, del pericolo, del futuro incerto. All’interno di questa folla eterogenea di persone, spiccano al centro le ali di un angelo, come a suggerire la presenza del sacro tra di loro».

La lezione di Omero

Il nome della scultura, in effetti, deriva da un brano della Lettera agli Ebrei: «Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli». E qui arriviamo al punto. Che cosa c’entra l’«ospitalità» (nell’originale greco philoxenìa) con una migrazione di massa e – parole del pontefice – con il progetto di un «grande meticciato»? Il concetto di philoxenìa, del resto, è presente già nell’Odissea, dove Ulisse – approdato guarda caso con una zattera sull’isola di Scheria – viene accolto da Alcinoo, re dei Feaci. E appunto, visto che dopo tre giorni l’ospite puzza, Ulisse non ha la minima intenzione di rimanere (perché, peraltro, vuole tornare a Itaca, a casa sua), così come Alcinoo avrebbe probabilmente interpretato come un’invasione l’arrivo non di uno, ma di tutti gli Achei sulla sua isola.

L’ipocrisia di Bergoglio

Anche nel caso di papa Francesco, quindi, vale quanto detto da Giovanni Damiano sull’ideologia di Carola Rackete. Così come la comandante della Sea Watch, anche il pontefice fa fatica a comprendere la distinzione tra etica della convinzione ed etica della responsabilità. Ciò che per te è «giusto» e «morale», potrebbe essere dannoso, se non catastrofico alla prova dei fatti. C’è una differenza, però: diversamente dalla «capitana», papa Francesco è anche un capo di Stato, che quindi dovrebbe avere maggior dimestichezza con la politica e l’«arte del possibile». Ma tanto, si sa, il peso dell’immigrazione di massa grava sull’Italia e gli altri Paesi europei, non certo sul Vaticano. Perché è facile fare gli «accoglienti» con i confini degli altri.

Valerio Benedetti

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