Activists of the anti-establishment 5 Star Movement gather in front of the ancient Colosseum in Rome, Sunday, April 21, 2013. A day after Italy's president was re-elected to an unprecedented second term, the leader of an anti-establishment movement says citizens' patience with traditional parties is wearing thin. Beppe Grillo, a comic who heads the Five Star Movement, has dismissed President Giorgio Napolitano's re-election as a bid by doomed parties to hang onto power. Grillo, whose party is the No. 3 bloc in Parliament, predicted in Rome on Sunday that traditional parties would "last a year." (AP Photo/Gregorio Borgia)

Roma, 19 ott – C’è stato un momento in cui sembrava che il M5S stesse sul punto di scomparire. Il momento critico è contenuto tra le consultazioni in streaming con Bersani, maltrattato in diretta mondiale da Grillo, e quelle con Renzi di poco successive, in cui l’attuale premier ne usciva palesemente vincitore.

La prima fase di governo di Renzi è stata espansiva, in termini di consenso e di comunicazione. Del resto il linguaggio dell’ex sindaco di Firenze contiene a sua volta non pochi messaggi populistici (la dialettica della rottamazione potrebbe benissimo essere uscita da qualche vaffa day). Con la Lega che riprendeva quota a suon di messaggi molto forti, i pentastellati hanno attraversato la loro prima crisi: avevano troppi parlamentari e non sapevano che farsene, il patto del Nazareno li relegava nell’irrilevanza, la sensazione comune era quella di un gruppo parlamentare pieno di stramboidi senza arte né parte, incapaci di incidere, prigionieri dei propri tic e dei propri rituali.

Il terrore interno, la caccia al traditore, la coesione mantenuta a colpi di espulsioni esemplari non testimoniavano certo un’aria di serenità. Nei sondaggi il M5S perdeva uno, due, tre punti, ma soprattutto c’era l’impressione di una crisi d’identità forte, culminata nella “rivoluzionaria”, per gli schemi del movimento, creazione di un direttorio che affiancasse Grillo e Casaleggio nella conduzione del partito e con l’ammissione di “stanchezza” da parte dell’ex comico genovese.

Siamo al novembre del 2014. Poi accade qualcosa. Per esempio il 2 dicembre scatta un maxi operazione a Roma a proposito di un giro di appalti truccati. È l’inchiesta che passerà alla storia come Mafia Capitale. Un ciclone si abbatte sulla politica romana e nazionale. Non è l’unico scandalo: dal Mose di Venezia all’Expo di Milano, nuovi giri di vite segnano i principali partiti. Per i grillini è come una cura ricostituente.

Intanto anche il tocco magico di Renzi finisce per esaurirsi e pure l’effetto novità di Salvini viene metabolizzato dal sistema mediatico. Per il M5S, la cui retorica anti-partitica e anti-corruzione riprende vigore,  comincia una seconda giovinezza. Non solo i pentastellati vengono dati in grande spolvero su Roma, ma il premio di maggioranza dell’Italicum che premia la lista e non la coalizione rischia di diventare un gigantesco assist a porta vuota per Grillo & co.

Peccato che il momento di gloria non coincida con una rinnovata chiarezza ideologica: dagli ondeggiamenti naif sulla politica internazionale a una schizofrenia assoluta sulla questione immigratoria, nulla nel messaggio del M5S sembra essere chiaro, a parte il reddito di cittadinanza e un generico richiamo all’onestà. C’è, ovviamente, la considerazione che peggio degli ultimi governi è impossibile fare (e che su tanti temi la chiarezza di visione non è stata certo maggiore di quella che può avere Paola Taverna), che, insomma, abbiamo già toccato il fondo e che quindi chiunque arrivi non può che cominciare la risalita. Ma sono considerazioni fatte troppo spesso. E troppo spesso smentite da un’ulteriore misura di degrado politico.

Giorgio Nigra

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