Roma, 26 set – L’ultima volta che avevamo votato, nel 2018, era un’era geologica fa. Nel frattempo, infatti, abbiamo assistito a dei veri spartiacque epocali: il Covid, con tutte le conseguenze del caso, la guerra in Russia, il carovita schizzato a livelli un tempo impensabili, la crisi delle materie prime (chi avrebbe mai immaginato solo pochi anni fa che in pieno 2022 non avremmo trovato l’acqua frizzante nei supermercati?). Ora, la cosa su cui riflettere, alla luce del voto di ieri e dei mesi di campagna elettorale precedenti, è che tutto questo, per quanto inaudito e rivoluzionario sia stato, non ha avuto alcun effetto sull’elettorato. Si è trattato infatti di un voto tribale, basato su appartenenze ideologiche e antropologiche di lunga durata, poco toccate dalla contingenza. È stata un’elezione pre-guerra, pre-Covid, pre-Draghi.

Al netto dei flussi di voti fisiologici e per lo più indipendenti dai grandi temi di questi due anni – i voti di Salvini passano alla Meloni, i grillini perdono ma restano vivi grazie a temi e territori disertati da altri, il Pd che fa flop, avvia il processo interno, ma è ben lungi dal morire – avremmo potuto assistere a una campagna elettorale e a un voto analoghi anche nel 2019, nel 2016 o nel 2009. In qualsiasi di questi anni avremmo parlato delle stesse identiche cose: fascismo, aborto, femminismo, rapporti con l’Ue. Le emergenze recenti? Non pervenute. Gli italiani si incazzano, sbraitano sui social, mettono le bollette in vetrina, ma votano seguendo altri parametri. Questo deve far riflettere sia il mainstream che i suoi nemici.

Il voto tribale e la bolla autoreferenziale staccata dal Paese

Da un lato, infatti, abbiamo il fallimento della fantomatica agenda Draghi. C’era la corsa a chi se la intestava, ma è stato tutto inutile. Il partito più esplicitamente vicino a quel programma, il Pd, ha preso schiaffoni. Il partito largamente più votato era l’unico a essere rimasto all’opposizione, percepito dal sentire comune come molto più distante da Draghi di quanto in realtà non sia. Chi è entrato al governo obtorto collo (la Lega) ha pagato dazio, chi è accusato di aver fatto cadere il governo e negli ultimi mesi ha rivendicato una sua originalità di agenda (i grillini) ha attutito il tonfo. Il consenso personale di Mario Draghi resta ovviamente molto alto, ma si tratta di un consenso quasi impolitico, legato alla «persona seria» e al «competente», che non si traduce in una visione del mondo e in un programma di qualche appeal. Certo, l’agenda Draghi resta popolarissima tra i giornalisti, tra i commentatori, tra gli analisti, tra gli esperti. Facendo un giro su Twitter, il social dei giornalisti o dei wannabe giornalisti, sembrava che tutta la partita si giocasse tra antifascisti di estrema sinistra e antifascisti tecnocratici, entrambi uniti dal rifiuto per la buzzurra della Garbatella. Non è andata così e il problema di questo specchio deformante, di questa bolla autoreferenziale staccata dal Paese in cui vive chi il Paese lo dovrebbe raccontare, si fa sempre più pressante.

Hanno perso anche i nemici del mainstream

Il Paese reale, tuttavia, non ha seguito neanche i nemici del mainstream, che hanno totalizzato circa un milione di voti (un milione e mezzo se contiamo De Magistris, che tuttavia viene da un’altra storia, si rivolge a un altro elettorato e aveva altre priorità, pur sovrapponendosi talvolta agli altri cespugli) e nessuna lista che si sia anche solo avvicinata alla soglia di sbarramento del 3%. Si tratta di un mondo che ha portato avanti una narrazione basata su due pilastri: strizzate d’occhio alla Russia e lotta al green pass. Nessuna delle due è stata cruciale in questi mesi. Il tema del green pass e del vaccino è completamente scomparso. In Italia abbiamo circa 4 milioni di non vaccinati in età da voto, a cui andrebbero aggiunti i pentiti, i forzati etc. Le liste fortemente no green pass, come detto, hanno preso un milione di voti. Questo significa, mi si passi la semplificazione linguistica, che il tema “novax” non è centrale nemmeno per i “novax”. Non è una valutazione di merito, ma sociologica. Il green pass resta una porcata e sulla gestione dell’emergenza Covid va sicuramente fatta luce. Ma gli italiani, anche quelli che hanno subito più restrizioni, non hanno più quell’argomento come alfa e omega di qualsiasi discorso politico.

Certo, molti di loro avranno scelto l’astensione. Ma astenersi non è sinonimo di rabbia, bensì di disillusione. Non è una scelta militante, è un abbandono. Aver parlato solo di green pass, aver pensato che solo quello smuovesse le coscienze, non è stato meno autoreferenziale di aver passato due mesi a parlare di fascismo. Quanto alla Russia, se n’è parlato in campagna elettorale soprattutto con l’intento di delegittimare il centrodestra. Non ci sono riusciti, come è evidente. Ma, allo stesso tempo, pare che le reiterate professioni di atlantismo della Meloni non le abbiano sottratto voti, mentre a pagare è stato il partito indicato come il più filo russo, cioè la Lega. Anche qui, è difficile leggere i risultati alla luce del tema bellico. L’elettorato non si è diviso tra tifosi di Mosca e tifosi di Kiev.

Cosa ha contato davvero e cosa serve adesso

Cosa ha contato, quindi? Le vecchie appartenenze, lo stato di forma dei leader, oltre a un generale rifiuto di un certo establishment identificato col Pd, quelli che «non ci fanno più votare» o «governano senza vincere mai», quelli che hanno dalla loro intellettuali e artisti, meno chi deve arrivare alla fine del mese. La Meloni è stata molto brava a presentarsi sotto questa veste, come colei che avrebbe liberato l’Italia da una cappa, cosa che a sinistra non è stata capita: quando, negli ultimi giorni, diceva che grazie a lei avrebbe rialzato la testa chi ha sempre subito, chi ha sempre dovuto tacere, sui luoghi di lavoro o a scuola, i commentatori hanno capito che fosse un messaggio in codice ai fascisti. Il che è semplicemente da malati mentali, da ossessionati, e conferma che la sinistra continua a non comprendere come viene vista in una fetta maggioritaria del Paese. È stato, insomma, un voto di tribù. Il che può essere letto in due modi: da un lato, come un trionfo delle idee forti sulle contingenze del momento. Insomma, fascismo batte Covid. Oppure, all’esatto opposto, come il predominio dell’ipnosi, della chiacchiera, degli specchietti per le allodole malgrado la realtà, grazie a cui, mentre arrivano bollette da migliaia di euro, ce la prendiamo con Peppa pig. Forse sono vere entrambe le cose. Resta il fatto che, per chi ancora abbia pensieri e volontà d’avanguardia, la condizione attuale resta contrassegnata dal livello zero. In un campo di macerie, ci troviamo per l’ennesima volta a dover ricostruire. Con le rovine, ci abbiamo già provato. Ora tentiamo di farlo sulle rovine.

Adriano Scianca

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4 Commenti

  1. Sconfessa solo i nemici del mainstream che da coglioni hanno votato #Meloni
    https://citymilano.com/2021/02/05/giorgia-meloni-entra-nellaspen-institute-e-lei-il-nome-su-cui-puntano-i-poteri-forti-nel-futuro/

    Ora beccatevi altri 5 anni di bollette gonfiate dalla speculazione #FED su gas e petrolio e di mantenimento degli #EuroParassiti
    https://www.money.it/Programma-fratelli-d-italia-Meloni-elezioni-2022-pdf

    Alla faccia della sovranità nazionale.

  2. Dal mio punto di vista è proprio mancato ancora l’appuntamento e l’ apporto decisivo dei “dannati”, quelli buoni s’ intende, così anche questa maggioranza limito-risicata cadrà nella piena insufficienza, salvo determinati sconvolgimenti ribaltanti esterni non impossibili. Ma la politica non si dovrebbe fare sui se e sui ma.
    (Sostanzialmente manca anche alla dx un importante 20% della nazione).

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