Roma, 27 nov – La decisione del tribunale dei ministri di scagionare l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini per aver negato lo sbarco alla Alan Kurdi della Ong Sea Watch crea un precedente fondamentale sulla gestione degli sbarchi e smonta il castello di carte costruito da inquirenti e filo immigrazionisti per spalancare i porti alle Ong. A spiegarci come funziona la Legge del mare è l’ammiraglio Nicola De Felice: “Se, ad esempio, una nave di una Ong olandese e battente bandiera olandese prende a bordo immigrati illegali in acque Sar libiche, gli immigrati vanno trasportati nel Paese della nave, che è l’Olanda. Secondo punto: il porto sicuro più vicino, se non è Tripoli, è uno dei tanti porti sicuri della Tunisia. E comunque se le Ong tengono gli immigrati a bordo 10-15 giorni in attesa di sbarcare in Italia, andassero nel Paese di provenienza. La Ocean Viking è una nave da 76 metri, di tremila tonnellate, con a bordo medici e ogni struttura necessaria per la lunga navigazione: può tornare benissimo da dove è venuta, in nord Europa. Oppure andassero in Francia: ad Ajaccio, in Corsica, ci arrivano in 12 ore”. De Felice quindi punta il dito contro i giallofucsia: “La domanda viene spontanea: come mai il governo attuale continua a far sbarcare le navi Ong battenti bandiere di altri Stati in Italia? Alla luce della decisione del tribunale dei ministri, è il governo Conte bis che non si sta attenendo alle direttive internazionali“.

Ammiraglio, ci spiega come funziona con lo Stato di bandiera delle navi?
“Ogni nave, mercantile o militare, pubblica o privata, ha una bandiera a riva. Che non è una bandiera di cortesia, non è uno straccio, bensì sancisce la dipendenza sostanziale dallo Stato che consente all’imbarcazione di navigare. Senza quella bandiera, la nave non può navigare. Questo è un concetto fondamentale: significa che vale l’ordinamento giuridico dello Stato che consegna quella bandiera a quella nave. Quando una nave viene iscritta al registro delle navi di un singolo Stato – da noi si chiama Rina, Registro italiano navale – deve rispondere alle leggi di quello Stato, anche in caso di infrazioni penali. Chi detta legge a bordo è lo Stato di bandiera”.

Questo in pratica che significa?
“Significa che una nave è territorio giuridicamente riconosciuto di quello Stato che ha permesso alla nave di avere quella bandiera a bordo”.

Quindi quando degli immigrati presi in mare salgono a bordo di una nave battente bandiera tedesca, entrano in territorio tedesco?
“Esattamente. Ai sensi dell’articolo 13 del Regolamento di Dublino e della Legge del mare delle Nazioni Unite – Unclos, United Nations Convention on the Law of the Sea – del 1982, sottoscritta da oltre 200 Nazioni, tra cui l’Italia, successivamente ratificata dal Parlamento italiano”.

E’ questa la legge a cui fare riferimento?
“Sì, a livello internazionale è questa. Poi per quanto riguarda gli immigrati illegali, che sono questi che pagano per essere trasbordati dall’Africa all’Italia, fa testo il Trattato di Dublino, che poi si è trasformato in regolamento”.

Che cosa dice il regolamento?
“Definisce chi deve assumersi la responsabilità di dare protezione internazionale ai migranti, qualora loro chiedessero asilo politico. In tal caso è la nave stessa che accoglie la richiesta di asilo. Perché il regolamento di Dublino sancisce che se ne occupa il Paese Ue dove viene effettuato il primo passaggio illegale, che sia a terra, in mare o in cielo. Prendiamo il caso di Carola Rackete e della Sea Watch: in quel caso doveva risponderne l’Olanda. E’ vergognoso che la nave alla fine sia sbarcata in Italia”.

Quindi la dicitura “porto sicuro” a cui si attaccano alle Ong è un cavillo per sbarcare in Italia?
“Sì, e peraltro non regge. Perché la stessa Legge del mare dice che in caso di naufraghi – che non sono certo gli immigrati illegali che vengono strutturalmente trasbordati in Italia – una qualsiasi nave ha l’obbligo di prestare soccorso. E ripeto, stiamo parlando di naufragio: nave colata a picco. Ebbene, se c’è una nave che ha a bordo dei veri e propri naufraghi – e non siamo in queste condizioni – deve andare al posto più vicino, per prestare i soccorsi sanitari ai naufraghi. E non perché deve avere asilo politico. E’ chiara la differenza?”

Come funziona l’assegnazione del porto?
“Innanzitutto bisogna chiarire che esistono in mare delle aree Sar sancite dall’Onu per il soccorso e sono di competenza dei singoli Stati: c’è quella libica, quella maltese, quella italiana. Se queste navi Ong che fanno soccorso in acque Sar libiche si rifiutano di sbarcare a Tripoli, perché dicono che non è un porto sicuro, stanno commettendo una prima infrazione. Perché non rispettano le direttive Onu. A quel punto però potrebbero andare in uno dei tanti porti della Tunisia”.

Sono “porti sicuri”?
“I porti sicuri più vicini alle acque Sar libiche non sono certo quelli italiani ma quelli della Tunisia. Ci vanno navi da crociera con migliaia di turisti occidentali ogni settimana. C’è l’imbarazzo della scelta: Sfax, Gabes, Susa, Port El Kantaoui, Gerba, La Goulette. Se qualcuno mi dice che la Tunisia non è sicura me lo deve mettere per iscritto…”

E quindi l’ordinanza del gip nel caso Sea Watch?
“Non era corretta, perché faceva riferimento a una dichiarazione dell’Unhcr – che non è l’organizzazione competente per stabilire quale sia un porto sicuro – che peraltro si riferiva alla Libia, e non di certo alla Tunisia. La realtà che sta venendo fuori adesso è che il tribunale dei ministri ha dovuto riconoscere queste regole, ratificate dal Parlamento italiano”.

Adolfo Spezzaferro

4 Commenti

  1. “Quindi tutti coloro che hanno autorizzati gli sbarchi potrebbero 3ssere denunciati x favoreggiamento di immigrazione clandestina?”.

Commenta