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Roma, 10 lug – C’è solo una cosa interessante nel retorico, ridondante, pretenzioso articolo che Domenico Quirico ha pubblicato sulla Stampa per spiegarci “Come i migranti vedono gli italiani”. Si tratta della testimonianza di quell’immigrato che svela il trucco con cui l’Occidente appare agli africani differente da quello che in realtà è. Questa la sua testimonianza: “Tu vuoi sapere cosa pensiamo di voi? In Africa vedevamo i turisti, anche italiani; ricchi, tutti ricchi, spendevano, pagavano. Così pensiamo che da voi tutti abbiano soldi. Adesso, arrivati qui, sappiamo che non è così, ma nessuno lo racconta. Anzi si assicura che va tutto bene, stiamo come signori. C’è uno al centro di accoglienza che è andato via e ora fa il mendicante. Non ci crederai: si fa delle foto con il telefonino vicino ad auto di lusso o a ristoranti famosi e le manda a casa, perché credano che è così che vive. Perché? Perché in Africa non si racconta agli altri il tuo problema, è tuo e basta, e nessuno può fare niente per noi”.



Al di là della morale strappalacrime finale, dalla testimonianza emerge bene quella che è la doppia illusione di tanti immigrati: quella di credere che l’Europa sia una terra con ben più opportunità di quante in realtà non ne abbia effettivamente e quella di pensare che gli africani che sono già emigrati facciano una vita migliore di quella che in realtà non fanno. A proposito della reale consapevolezza di ciò che troveranno gli immigrati in Europa e, soprattutto, durante il viaggio verso di essa, è interessante anche un articolo uscito sull’Economist qualche settimana fa. Il settimanale britannico indaga la realtà dell’immigrazione dal Senegal e il duro scontro tra aspettative e realtà. “Essere tornato qui, oggi, è una cosa buona, è come se l’avessi fatto dall’Europa. Perché volevo andare in Italia a tutti i costi? Ero stupido”, racconta Mohamed, un senegalese rimpatriato prima di essere riuscito a raggiungere l’Europa. Ali Diong, un pescatore di 35 anni che abita a Kayar, un villaggio di pescatori di circa 60 chilometri da Dakar, chatta spesso su WhatsApp con amici oggi sono in Spagna e in Italia. “Possono inviare soldi alle loro mogli, mentre noi siamo ancora qui che dipendiamo interamente dai nostri genitori. Qui non c’è niente. Dobbiamo fare qualcosa e l’emigrazione è tutto quello che abbiamo”, dice.

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Si sottovaluta sempre l’effetto di questo tipo di propaganda. Chi muore in mare non chatta, chi finisce nei lager libici non comunica. Chi ce l’ha fatta sì. Per chi resta a casa, c’è solo la frustrazione di essere quello che resta indietro mentre gli altri raggiungono il Bengodi. Solo ultimamente si comincia a comprendere la realtà sull’emigrazione. Jo-Lind Roberts-Sene, rappresentante dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni a Dakar, racconta che nella capitale, pian piano, la consapevolezza della realtà della migrazione si sta diffondendo, ma nelle parti più remote del paese, l’idea che l’Europa sia El Dorado persiste. Si tratta di gente poco istruita e che sa poco del mondo. “Credono di essere consapevoli dei pericoli”, dice Roberts-Sene, ma in realtà non lo sono affatto. “Se avessi saputo che il viaggio sarebbe stato così come è stato, non sarei mai partito”, dice Thierno Mendy, un 37enne del Senegal orientale. Massyla Dieng, cinquantenne di Kayar che ha vissuto in Italia per dieci anni, dice di aver rinunciato a cercare di convincere i giovani a non partire. “Quando dico che è dura, mi trattano come un nemico. Pensano che io voglia che loro falliscano”. È così che nasce una bufala. Una pericolosissima bufala, che costa la vita a migliaia di persone.

Adriano Scianca

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