Roma, 23 lug –  Nel 2018 l’importazione di olio d’oliva tunisino in Italia è cresciuta del 260% rispetto allo scorso anno. A lanciare l’allarme è la Coldiretti che parla senza mezzi termini di una vera invasione: “È evidente il rischio della destabilizzazione del mercato con gli arrivi di olio tunisino in Italia che sono quasi quadruplicati nel 2018, sulla base dei dati Istat relativi al primo quadrimestre che attestano l’importazione di 26,6 milioni di chili”. Un mix di concorrenza sleale e di liberismo autolesionista rischia di danneggiare pesantemente uno dei settori più importanti della nostra economia. Vediamo perché. Forse pochi sanno che l’olio venduto a prezzi più accessibili è ottenuto da una miscela ricavata anche da olive provenienti da Paesi che non fanno parte dell’Unione Europea. Si tratta di produzioni di bassa qualità commercializzate dalle multinazionali sfruttando marchi nazionali (ceduti all’estero) per convincere l’acquirente che si tratta di un prodotto italiano. Nessuno quindi troverà al supermercato una bottiglia di olio con un marchio tunisino.
Un inganno che è stato favorito dalle decisioni scellerate dei politici europei, italiani compresi. Facciamo un piccolo passo indietro. Nel marzo del 2016 il Parlamento Europeo in seduta plenaria ha approvato un pacchetto di aiuti d’urgenza per la Tunisia che comprendeva anche l’import a dazio zero di oltre 35mila tonnellate in più di olio tunisino. Già allora le associazioni di categoria denunciarono che questa misura poteva mettere a rischio un frantoio su tre. Veniamo ai giorni nostri. La Coldiretti per invertire la rotta si rivolge direttamente a Bruxelles invitando “l’Unione Europea a respingere al mittente la richiesta del governo di Tunisi di rinnovare la concessione temporanea di contingenti d’esportazione di olio d’oliva a dazio zero verso l’Ue per 35 mila tonnellate all’anno scaduta il 31 dicembre 2017, oltre alle 56.700 tonnellate previste dall’accordo di associazione Ue-Tunisia, in vigore dal 1998″.
Queste rivendicazioni non possono essere derubricate come la solita lamentela di chi cerca sponde istituzionali perché non è capace di fare impresa senza “aiuti di stato”. Al contrario gli imprenditori agricoli italiani son capaci di valorizzare la specificità dei loro prodotti. Solo per fare un esempio, lo scorso 28 giugno si è concretizzato il più grande contratto di filiera per l’olio Made in Italy di sempre. L’intesa è stata sottoscritta da Coldiretti, Unaprol, Federolio e FAI S.p.A. (Filiera Agricola Italiana) e coinvolge le principali aziende di confezionamento italiane. Come recita il comunicato stampa: “L’obiettivo prioritario è riunire le imprese italiane per dare un futuro al settore e difenderlo dai violenti attacchi delle multinazionali che acquisiscono marchi tricolori per sfruttarne l’immagine sui mercati nazionali e internazionali e dare una parvenza di italianità alle produzioni straniere con l’inganno, anche attraverso irrilevanti e fumosi accordi”. La difesa dell’interesse nazionale oggi più che mai passa anche dalle battaglie per la tutela dei nostri prodotti.
Salvatore Recupero

1 commento

  1. Comunque non è facile districarsi in questo labirinto, è diventato difficile capirlo dalle etichette che non dicono esplicitamente che il profotto è un mix di oli importati.

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