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Roma, 18 dic – Rischiano il processo due carabinieri accusati di avere bendato e fotografato Chistian Gabriel Natale Hjorth, mentre era in stato di fermo in una caserma di via in Selci con l’accusa di avere ucciso a coltellate il carabiniere Mario Cerciello Rega. La Procura di Roma ha infatti annunciato la chiusura delle indagini, atto che precede la richiesta di rinvio a giudizio, nei confronti di due militari dell’Arma.



I reati contestati

Dai pm di piazzale Clodio, coordinati dal procuratore Michele Prestipino e dall’aggiunto Nunzia D’Elia, viene contestato al carabiniere Fabio Manganaro l’accusa di misura di rigore non consentita dalla legge riferita al bendaggio del giovane americano; al collega Silvio Pellegrini, invece, il reato di abuso d’ufficio e pubblicazione di immagine di persona privata della libertà per avere scattato la foto, poi diffusa tramite la chat di gruppo del colleghi.

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La diffusione via chat

I pm di Roma, nell’atto di chiusura delle indagini nei confronti del carabiniere Silvio Pellegrini, hanno stabilito che la fotografia di Hjort, bendato e seduto a capo chino in una stanza della caserma, era stata pubblicata “su almeno due chat Whatsapp, delle quali una dal titolo ‘Reduci ex Secondigliano’ con 18 partecipanti, dalla quale veniva poi ulteriormente diffusa da terzi ad altri soggetti e chat” arrecando al giovane statunitense ‘un danno ingiusto’”. L’indagato avrebbe anche fornito “specifiche indicazioni sui primi risultati investigativi ottenuti (circa ad esempio il fatto che i ragazzi erano in cerca di cocaina) violando quindi i doveri inerenti alle funzioni o al servizio o comunque abusando delle sua qualità, rivelava a terzi notizie che dovevano rimanere segrete (tale essendo quella relativa alla individuazione di sospettati nel corso delle indagini di polizia giudiziaria) e comunque agevolava la conoscenza”.

False testimonianze

In bilico la posizione dell’ex comandante dei carabinieri della stazione di Roma-Piazza Farnese, Sandro Ottaviani, anche a lui a rischio processo perché, secondo i giudici, attestò falsamente che la notte dell’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, il collega di pattuglia sopravvissuto, Andrea Varriale, gli aveva consegnato la pistola di ordinanza mentre si trovava al pronto soccorso dell’ospedale Santo Spirito.

Cristina Gauri

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2 Commenti

  1. Perché non abbiamo il diritto di sapere (subito!), che, in casi gravissimi, ci sono quasi sempre di mezzo gli stupefacenti… Da decenni… Qualcuno lo deve pur dire… e se lo dice chi è nei secoli fedele, prendiamone atto! Poi ci studiamo sopra ma…, sveglia!

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