Genova, 20 nov – Atlantia era a conoscenza del rischio crollo del Ponte Morandi. Secondo un’esclusiva di Repubblica, le prove sarebbero nel registro digitale del gruppo che controlla Autostrade per l’Italia (Aspi): un documento che per la prima volta svela il “rischio crollo” per il viadotto di Genova. Fino ad oggi i dirigenti di Aspi hanno sempre dichiarato – non dicendo la verità, a quanto pare –  che nessun report di Spea (altra società del gruppo Atlantia, che si occupa del monitoraggio della rete autostradale) aveva mai messo in allarme per il viadotto genovese.
Ora, a 14 mesi dalla tragedia in cui morirono 43 persone, si scopre che la prova della segnalazione del rischio crollo invece c’era. Lo hanno sequestrato lo scorso marzo i finanzieri del Nucleo operativo metropolitano (guidati dal tenente colonnello Giampaolo Lo Turco) e del Primo gruppo di Genova (diretto dal colonnello Ivan Bixio) nella sede di Atlantia, a Roma. E anche in quella di Autostrade per l’Italia.

La segnalazione del rischio crollo è passata per i vari Cda di Aspi e Atlantia

E non stiamo parlando di una relazione tecnica rimasta in qualche cassetto: il “documento di programmazione del rischio“, stilato dall’apposito Ufficio Rischio di Aspi, infatti è passato dai vari consigli di amministrazione, sia di Autostrade che di Atlantia, la capogruppo di proprietà della famiglia Benetton che in Italia e in Europa controlla 14 mila chilometri di autostrade. Dal 2014 al 2016 si parla di “rischio crollo” del Ponte Morandi. Dal 2017, però, “miracolosamente” la dicitura è trasformata in “rischio perdita stabilità”. Insomma, un rischio minore. Questo perché – come spiegano gli esperti – la perdita di stabilità non significa che crolli, mentre il rischio crollo comporta necessariamente l’immediata chiusura. Adesso pertanto i pm Massimo Terrile e Walter Cotugno vogliono sapere perché il progetto di retrofitting (ossia di consolidamento del ponte) soltanto nel febbraio del 2018 sia stato sottoposto alla valutazione del provveditorato alle Opere pubbliche e nel giugno sia giunto al Mit, nonostante quel “rischio crollo” fosse certificato già quattro anni prima. I lavori sarebbero dovuti iniziare in autunno, comunque troppo tardi: il 14 agosto il ponte è crollato.

I pm ora vogliono sapere perché il rischio è stato declassato

Inoltre, magistrati ed investigatori chiedono ai 73 indagati di omicidio e disastro colposo plurimi come mai il ponte veniva classificato con voto inferiore a 50 (oltre questo livello si applicano misure di limitazione del traffico o chiusure). Quindi con rischio basso. Senza interventi di sorta, il declassamento del rischio è assolutamente ingiustificabile. Ma il modus operandi delle società di Atlantia, anche in base alle intercettazioni relative alle indagini, era chiaro: rapporti meno allarmanti per evitare chiusure di alcuni tratti autostradali. E soprattutto per risparmiare soldi, nonostante utili da capogiro. Inoltre c’è un altro elemento che fa riflettere gli inquirenti: dal 2014 in poi le polizze assicurative sul viadotto genovese erano aumentate notevolmente. Il documento finora era stato tenuto nascosto dalla procura e dalla Guardia di finanza: sarebbe stato reso noto in sede di chiusura delle indagini e di richiesta di rinvio a giudizio. Domani infatti i pm chiederanno conto di quelle variazioni inspiegabili sul rischio crollo ad Antonino Galatà, ex amministratore delegato di Spea, uno degli undici dirigenti raggiunti dalla misura cautelare (nella fattispecie, la sospensione dal servizio per un anno). Seguiranno molti altri interrogatori. Ma già adesso sulla tragedia di Genova ci sono molti più elementi che coinvolgono la sciagurata gestione di Atlantia.

Adolfo Spezzaferro

1 commento

  1. È stato fatto crollare… 43 vittime valgono bene alcuni miliardi extra di incassi…certi delle loro immunità… O no?

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