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Aziende pubbliche: respinti i requisiti di onorabilità

by Filippo Burla
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padoan-renzi-300x225Roma, 29 mag – Dopo Eni e Finmeccanica, la bocciatura arriva anche dall’assemblea di Terna. Gli azionisti riuniti in assise non gradiscono le clausole di onorabilità presentate dal governo per la nomina degli amministratori. Si tratta(va) di una serie di requisiti ideati dall’esecutivo per garantire una presunta o presumibile etica nella gestione delle controllate. Tra i vari elementi, la decadenza automatica per gli amministratori condannati o anche solo rinviati a giudizio.

Il governo puntava così convintamente all’introduzione di tali clausole nei vari statuti societari da averne addirittura anticipato l’efficacia, sia pur solo in via del tutto informale. All’atto delle nomine, infatti, in virtù di una mozione approvata in commissione industria del senato, si impegnava palazzo Chigi a seguire precisi requisiti: non più di tre mandati ed esclusione per chi avesse riportato una condanna anche solo di primo grado. La vittima eccellente fu l’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni, il quale tuonò: «Sono sorpreso: siamo quotati, competiamo nel mondo, perché dobbiamo avere norme che altri non hanno?». Una contestazione pienamente ragionevole quella dell’ad del cane a sei zampe, che fu infatti il primo ad essere investito dalla girandola di cambi ai vertici. Quasi una norma contra personam per dare un colpo di spugna alle nomine di marca Berlusconi-Letta.

Lo stesso Scaroni si è tuttavia preso una rivincita: ad inizio mese l’assemblea dei soci di Eni -l’ultima da lui presieduta- non ha infatti approvato la modifica dello statuto, dando così parere negativo alla proposta. Serviva il voto favorevole dei 2/3 del capitale ma la quota pubblica rappresentata in assemblea raggiungeva solo il 50% e non è riuscita a catalizzare che un ulteriore misero 8%, insufficiente a far passare la linea.

L’unica realtà ad avere ratificato la mozione risulta così, al momento, essere la sola Enel. Non un grande successo per una clausola abbastanza vaga e fin a rischio di essere controproducente. Soprattutto conoscendo i tempi e i modi con i quali si muove la magistratura. La bocciatura non è però solo “politica”, ma anche e soprattutto tecnica: in virtù del risicato controllo rimasto nelle mani del ministero dell’Economia (e indirettamente tramite Cassa Depositi e Prestiti), la fu golden share ora trasformata in golden rule permettere al massimo di insistere sulla nomina dei vertici. Certo la modifica degli statuti non è operazione di che si porta avanti tutti i giorni, ma offre la cifra di quanto la reale capacità di incidere sulle dinamiche interne alle controllate stia venendo via via a ridimensionarsi. Basti pensare all’assemblea Eni del maggio dello scorso anno, in cui il governo finì addirittura in minoranza. Quanto la situazione possa addirittura involvere in virtù delle ventilate ulteriori cessioni di quote, lo si può solo immaginare.

Filippo Burla

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