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Roma, 23 giu – Quarant’anni di Campi Hobbit. Era l’11 giugno 1977 quando a Montesarchio, in provincia di Benevento, il rautiano Generoso Simeone dava vita al primo raduno della gioventù ribelle missina. Un anniversario che, con qualche giorno di ritardo, viene celebrato nello stesso luogo del primo Campo, dove a partire da oggi si svolgerà Campo Hobbit 40, con dibattiti e convegni sull’esperienza del 1977 e su quelle che la seguirono. Si riapre quindi il dibattito su quel mondo e quei tentativi, di cui molto si è parlato negli ultimi anni, e comunque soprattutto dal 1994 in poi, quando l’emergere di una destra “fuori dal ghetto” ha portato molti giornalisti e studiosi ad approfondirne l’eredità.

All’epoca, i Campi Hobbit furono osteggiati da due fronti, che rimproveravano a quei giovani la stessa cosa, ma da due prospettive antitetiche: sia la destra più ligia all’ortodossia di partito che quella radicale, all’epoca impegnata in ben più tragiche esperienze, accusarono quel raduno di essere una fuga in una Contea immaginaria, mentre le vere battaglie si combattevano altrove, accuse in cui c’è solo una parte di ragione.

La posterità dei Campi stessi, invece, è stata tramandata attraverso tre filoni. Il primo è quello che fa riferimento a Marco Tarchi, che tende ancora oggi a considerarsi il depositario ideologico di quell’esperienza e che pretende di fornire l’unico albero genealogico autorizzato: rautismo, nuova destra, “nuove sintesi”, “tarchsimo”, per cui alla fine tutto si tradurrebbe in una giustificazione di un singolo percorso personale, rispetto al quale tutto il resto sarebbe tradimento. Il secondo filone ha a che fare con i frutti più politici del post-rautismo, ovvero con quell’ambiente che poi, qualche anno fa, ha finito per ritrovarsi paradossalmente attorno alla destra “europea” (?) di Gianfranco Fini, uno che ai tempi dei Campi Hobbit era spernacchiato da tutti i presenti e a sua volta irrideva quell’esperienza. Si tratta di un fenomeno essenzialmente generazionale, che abbiamo definito “più politico” perché rimasto ancorato alle evoluzioni e involuzioni della destra partitica, ma che sostanzialmente, nella sua essenza, è totalmente impolitico, legato a narrazioni alla Kerouac costruite ex post, all’invidia per il ’68 e il ’77 rosso, a cui contrapporre un ’68 e un ’77 nero che non c’è mai stato. Il terzo filone, più realistico ed ecumenico, è quello legato al percorso della destra nella sua continuità, che rivendica i Campi Hobbit non come rottura ma come continuità della destra giovanile, e che insomma tiene insieme Almirante e la Voce della Fogna. Una lettura meno esaltante, forse, ma che si avvicina più alla reale dimensione politica di quell’evento, da cui in effetti sono usciti diversi parlamentari che hanno militato tutti nei ranghi di Msi/An/Pdl/Fli/Fi.

È la contraddittorietà di quell’esperienza, che forse si immaginava di rompere più di quanto non volesse e potesse fare, che diede vita a forme di autonomia giovanile pur sempre sotto controllo e che, in fondo, non volevano esse stesse essere autonome più di tanto. Chi era giovane nel 1977 ha fatto bene ad andarci, ma quarant’anni dopo il bilancio da tracciare appare indecifrabile, sfuggente. Come ha cambiato l’Italia, quell’evento? E come ha cambiato anche semplicemente la destra? Che pianta è germinata da quel seme? I frutti sono pochi e i fiori sembrano di plastica. Riparlarne oggi può essere l’occasione, da parte di qualcuno, per rivedere vecchi amici. Ma l’effetto “I migliori anni” è dietro l’angolo. Nostalgia per nostalgia, si può trovare di meglio da rimpiangere.

Adriano Scianca

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