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Roma, 7 lug – Nuovi sviluppi sulle origini del coronavirus puntano i riflettori su una miniera nella provincia dello Yunnan, nell’estremo sud della Cina. Il virus che ha scatenato la pandemia di Covid-19 potrebbe aver fatto la sua comparsa già nel 2012, quando sei persone svilupparono una polmonite anomala (e tre di loro morirono) dopo essere state mandate a ripulire una miniera di rame abbandonata nello Yunnan, piena di guano e pipistrelli.

L’inchiesta del Sunday Times getta nuova luce sull’origine del coronavirus

A far luce su questa vicenda è un’inchiesta pubblicata dal Sunday Times, che retrodata la scoperta di un nuovo tipo di coronavirus simile a quello della Sars. Tre dei sei operai che avevano visitato la miniera morirono dopo avere sviluppato sintomi non riconducibili ad altre patologie note. Il loro caso fu sottoposto allo pneumologo Zhong Nanshan, che aveva gestito l’epidemia di Sars nel 2003. Ebbene, i tre pazienti rimasti in vita – più un quarto che sarebbe morto successivamente – furono sottoposti a un test degli anticorpi: dall’esame emerse che nessuno di loro aveva contratto la Sars, ma tutti e quattro avevano contratto un nuovo tipo di coronavirus simile a quello che provocava la sindrome respiratoria acuta grave.

Arriva Shi Zhengli, la “donna dei pipistrelli”

Ma che c’entra tutto questo con il coronavirus e con Wuhan, la città cinese dove è scoppiata la pandemia? Il caso aveva attirato l’attenzione di un gruppo di scienziati, che muniti di tute e occhiali protettivi e di respiratori, entrarono nella miniera pochi mesi dopo, nell’agosto 2012, per raccogliere centinaia di campioni per la ricerca. Tra di loro c’era anche Shi Zhengli, che aveva iniziato le sue ricerche sui pipistrelli e sui virus a loro collegati nel 2004, diventandone la massima esperta in Cina, tanto da essere soprannominata “la donna dei pipistrelli”.

I campioni della miniera vennero inviati al laboratorio di Wuhan

I campioni fecali di 276 pipistrelli, raccolti nell’arco di un anno, vennero inviati all’Istituto di Wuhan, dove era in costruzione il primo laboratorio in Cina di livello 4 di bio-sicurezza, il più alto, che sarebbe stato completato solo nel 2017, e che avrebbe potuto ospitare gli studi sugli agenti patogeni più pericolosi per l’uomo (conservati a una temperatura di 80 gradi sottozero). Sì, stiamo parlando del laboratorio da cui, secondo l’intelligence Usa, potrebbe essere stato diffuso il coronavirus. Una struttura simile era necessaria proprio perché le prime scoperte indicavano la compresenza di diversi coronavirus all’interno della miniera, come emerso da uno studio del 2016 a cui lavorò la stessa Shi Zhengli.

Il nuovo ceppo denominato RaBtCov/4991

Uno di questi era un “nuovo ceppo” di Sars che venne denominato inizialmente RaBtCov/4991, riscontrato in un particolare tipo di pipistrelli. Il laboratorio, come è noto, non era ritenuto abbastanza sicuro da un team di esperti dell’ambasciata Usa in Cina che lo visitarono nel 2018, come riportato da cablogrammi diplomatici citati dal Washington Post nei mesi scorsi. Evidenze che sono alla base della teoria della fuoriuscita del virus dal laboratorio di Wuhan. A preoccupare erano anche gli esperimenti condotti sulla mutazione del virus per scoprirne il livello di infettività. La Shi si difese dalle critiche affermando che quel tipo di esperimenti era importante per capire come un ordinario coronavirus potesse trasformarsi in un killer per gli esseri umani, come era avvenuto per la Sars.

Scoppia l’epidemia e la Shi corre a Wuhan

E veniamo all’inizio dell’epidemia di coronavirus. Quando si diffuse la notizia dei primi pazienti affetti da polmonite anomala, il 30 dicembre scorso, la Shi tornò subito a Wuhan. Per giorni controllò il laboratorio e le analisi compiute sui primi pazienti, molti dei quali avevano visitato un mercato locale di animali (epicentro del primo focolaio del virus). Ebbene, non c’erano riscontri con i virus studiati in laboratorio, come la scienziata ha sempre sostenuto pubblicamente. Ma, attenzione, in un suo studio del 3 febbraio scorso, pubblicato da Nature, la Shi citò i pipistrelli come probabile origine del nuovo coronavirus, rivelando che il suo laboratorio disponeva di un virus con un livello di somiglianza a quello che scatena il Covid-19 pari al 96,2%. Il virus a disposizione nel laboratorio della Shi, denominato RaTG13, forniva quindi la prova più vicina all’origine del coronavirus responsabile delle polmoniti anomale.

Il virus RaTG13 in realtà è lo stesso della miniera

Il cerchio si stringe. Altri studi e conferme ricevute dallo stesso Sunday Times rivelano che quel virus sarebbe stato lo stesso RaBtCov/4991 scoperto nella miniera abbandonata dello Yunnan nel 2012 e semplicemente rinominato. Nonostante le smentite del laboratorio di Wuhan di avere avuto un ruolo nella diffusione del coronavirus, i dubbi sull’origine del virus del Covid-19 non sono stati risolti: il Wuhan Institute of Virology è ancora tra i principale indiziati a livello internazionale per l’epidemia e per come è stata gestita dalle autorità cinesi.

Nei prossimi giorni una squadra dell’Oms avvierà le indagini in Cina

Nei prossimi giorni, una squadra di scienziati dell’Organizzazione mondiale della sanità andrà in Cina proprio per avviare le indagini sull’origine del coronavirus Sars-CoV-2 responsabile della malattia Covid-19, e fare luce su eventuali legami tra i pipistrelli dello Yunnan e il laboratorio di Wuhan. Una notizia importante, anche se da prendere con le pinze, visto come l’Oms si sia rapportata alla Cina con l’epidemia prima e con la pandemia poi rispetto alle responsabilità effettive delle autorità di Pechino (“un trattamento di favore”, è l’accusa di Donald Trump).

Sulla diffusione del virus restano in piedi tutte e due le teorie quindi. Quella secondo cui tutto è nato nel mercato di Huanan, che si trova a due passi dal laboratorio in cui veniva conservato il RaBtCov/4991: è possibile che un animale infettato dal virus dei pipistrelli (magari un pangolino) possa essere arrivato dal sud della Cina fino al mercato in questione. E quella secondo cui uno dei ricercatori che stava studiando il virus sia rimasto contagiato pur essendo asintomatico, e una volta fuori dal laboratorio abbia dato vita al primo focolaio.

Adolfo Spezzaferro