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Roma, 17 dic – Denis Cavatassi è stato assolto. L’italiano che era detenuto in Thailandia dal 2011, e condannato nel 2016 alla pena di morte, è stato assolto dalla Corte Suprema Thailnadese. Presto potrà rientrare in Italia. La notizia dell’assoluzione è stata confermata questa mattina dal ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Enzo Moavero Milanesi.
Danis Cavatassi è un agronomo cinquantenne di Tortoreto, in provincia di Teramo, che è stato accusato di essere stato il mandante dell’omicidio di un amico e socio d’affari, Luciano Butti, assassinato nel 2011 a Pukhet, dove i due gestivano un’attività di ristorazione. Le autorità thailandesi da subito hanno sospettato di Cavatassi, che nonostante si sia sempre detto innocente, è finito sotto processo. Lo hanno arrestato e rilasicato su cauzione, e nonostante lui potesse scappare non l’ha mai fatto, perché conscio della sua innocenza. Poi di nuovo in carcere. Quella di Cavatassi e una vicenda assai complessa, che la Farnesina ha seguito da vicino assicurando tutta l’assistenza all’italiano, oltre all’interlocuzione con le autorità thailandesi.
Tra Cavatassi e Butti il sodalizio in affari iniziò dopo che il primo si era recato in Thailandia in seguito a un periodo in Nepal, dove aveva collaborato a un progetto di volontariato volto allo sviluppo agrario. A Pukhet i due si conobbero e Butti era alla ricerca di un socio in affari per ricostruire un’attività di ospitalità distrutta dopo lo Tsunami. Cavatassi in Thailandia conobbe anche una donna che presto diventerà sua moglie e mamma della sua prima figlia.
L’imprenditore italiano venne ucciso mentre era in corso la causa di separazione coniugale. Immediatamente i sospetti ricaddero su Cavatassi, anche se non c’era un movente per l’omicidio, e non venne individuato alcun testimone oculare. Non solo: l’uomo si offrì anche di collaborare alle indagini. Ma i poliziotti chiudono il caso in 48 ore e arrestano Cavatassi come mandante dell’omicidio, accampando un fantomatico credito vantato su Butti.
Il processo si risolve con una sentenza di primo grado nel 2015, in cui l’imprenditore viene condannato a morte. Il secondo grado, nel 2017, conferma la pena. Da allora l’uomo è in prigione. Un carcere, quello thailandese che viola ogni diritto umano. L’unico strumento di comunicazione con la famiglia sono le lettere. Per questo la mobilitazione a favore dell’italiano è stata massiccia ed è stata lanciata una campagna per inviare a Denis Cavatassi delle lettere che gli sarebbero state recapitate in carcere.
Questa mattina la conferma dell’assoluzione da parte della corte Suprema.“Ringraziamo tutti quelli che si sono battuti per la sua libertà” ha scritto in una nota a famiglia Cavatassi. “La Farnesina, l’ambasciatore Galanti, il direttore Vignali, il presidente della Camera Roberto Fico, l’on. Manconi e l’Avv. Alessandra Ballerini. Ringraziamo l’avv. thailandese Puttri Kuwanonda e il Regno della Thailandia. Ringraziamo ad uno ad uno I tantissimi scrittori e comuni cittadini che aderendo all’iniziativa “una lettera per Denis” hanno contribuito a ridare speranza a Denis e forza alla nostra lotta per sua liberazione”.
Anna Pedri
 

1 commento

  1. in effetti in Thailandia come in tutti i Paesi seri del mondo (rimasti ormai solo in Asia) lo straniero ha torto a prescindere ed è davvero raro che venga riconosciuta la propria innocenza una volta arrestati;
    quello che può variare è solo la durata della condanna.
    il mio può sembrare un giudizio cinico e magari anche coglione,ma purtroppo scritto appartenendo ad un Paese ove lo straniero qui presente,sia come individuo che come collettività (tramite sentenze) ha sempre ragione a prescindere;
    quindi in termini identitari, tra le due opzioni preferisco sicuramente la prima.

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