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Roma, 18 apr – Si avvicinano le elezioni europee, e con queste il timore di una “deriva populista e sovranista” che potrebbe far saltare gli equilibri, ben consolidati, nei palazzi del potere popolati da laboriosi eurocrati. Come ormai consuetudine, ad ogni cruciale tornata elettorale corrisponde una vigorosa campagna dei censori del web, nel tentativo di minimizzare l’impatto democratico del voto. In una precedente inchiesta, avevamo già evidenziato quanto la Commissione Europea e l’establishment mondialista fossero sia gli ideatori delle cosiddette “task force” per la lotta alle fake news, sia i finanziatori delle agenzie di fact checking.

Come già esposto, George Soros, ovvero il volto popolare del potere forte del capitale, sostiene economicamente, come mostrano dai bilanci, il Poynter Institute, il Media Matters for America, il Centre for Public Integrity, e due “segnalatori”, StopFake e Kremlin Watch, che collaborano con la European External Action Service East StratCom Task Force, la task force istituita dall’Unione Europea per la lotta alla disinformazione, ovviamente russa. In Italia, non poteva mancare lo scodinzolio di Soros. Negli ultimi tempi infatti, si è assistito ad una pesante campagna di censure sui social network, in particolare su Facebook.

Il fact-checking di Zuckerberg

Il partner “indipendente” assoldato da Mark Zuckerberg per combattere la diffusione di notizie false, è Pagella Politica. Nata come “sito dedicato interamente al fact-checking delle dichiarazioni dei politici”, è diventata tempestivamente l’agente italiano per la lotta alle bufale: Facebook, Rai, Agi e EastWest sono i suoi clienti principali.

Come altresì evidenziato da Facebook, i prescelti “fact-checker indipendenti sono certificati dall’International Fact-Checking Network, una rete indipendente”, e possono “analizzare e valutare post pubblici rilevanti con articoli, foto o video”. Ovvero possono decidere la vita e la morte di un contenuto pubblicato sul social network.

L’International Fact-Checking Network è una divisione del Poynter Institute, appositamente dedicata a riunire i fact-checker di tutto il mondo. Come già svelato nell’inchiesta dello scorso anno, l’istituto è copiosamente finanziato dalla Open Society Foundations di George Soros, dall’Omidyar Network, sedicente società filantropica di investimento del miliardario fondatore di eBay, e dalla National Endowment for Democracy, la fondazione “esportatrice di democrazia” al servizio del Governo americano.

Con un simile schema di finanziatori, tutti con una dichiarata agenda politica, chi può garantire che il codice di principi (indipendenza, non partigianeria e trasparenza), su cui si fonda l’International Fact-Checking Network, sia rispettato? Chi controlla i controllori?

Ovviamente, la più grande bufala del terzo millennio, il Russiagate, non è ancora stato recepito come monito dalle sedicenti agenzie e dai mainstream media, che dovrebbero sostenere una corretta informazione. Neanche da chi si è arrogato il diritto di sommo giudice.

Non solo agenzie straniere. Sul finire della scorsa legislatura, il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, istituì una “task force” chiamata a vigilare sul web. Delle 51 associazioni delegate, ben 11 sono finanziate dalla Open Society Foundations di George Soros (Associazione Lunaria, ARCI, Associazione 21 Luglio, Associazione Carta di Roma, ASGI, Amnesty International Italia, Archivio delle Memorie Migranti, Unione Forense per la tutela dei diritti umani, Cospe, Arcigay e CIR).

La task force di Amnesty per la censura social

Già attiva con il “Barometro dell’Odio” nel 2018 “per riportarlo ad una corretta narrazione” il dibattito politico in vista delle elezioni politiche del 4 marzo, la sorosiana Amnesty International ha lanciato in Italia una nuova task force contro i cosiddetti “discorsi di incitamento all’odio .

L’obiettivo dichiarato della Ong, è quello di silenziare ciò che la stessa definisce “l’aumento crescente dei discorsi d’odio e d’incitamento all’odio, in quanto rappresentano lo strumento di diffusione e propaganda a cui, sempre più spesso, fanno ricorso alcune fazioni e schieramenti politici”. In altre parole, censurare tutto ciò che l’open society non approva: contrasto all’immigrazione irregolare, fallimento del multiculturalismo indotto, impossibilità di integrazione di culture non assimilabili, sostegno della famiglia tradizionale, superficialità del neofemminismo, e resistenza alla diffusione dell’ideologia gender.

Partendo dalla lettura delle notizie pubblicate sui giornali e sui periodici italiani, gli attivisti di Amnesty interagiranno nei commenti sui social per “riportare l’attenzione sulla fattualità della notizia”, ovvero cercheranno di indottrinare gli utenti dei social network alla “buona novella”, tratta dal vangelo secondo l’establishment mondialista. Perché un’organizzazione privata, di privati cittadini, può arrogarsi il compito di discernere tra bene e male? Chi ha dato la spilletta ad Amnesty, come giudice della corte della corretta informazione, nonostante il chiaro progetto politico alla base delle sue campagne?

Tony Cartalucci, nel suo libro inchiesta “Subverting Syria-Obiettivo Siria”, ha affermato che “Amnesty International è finanziata e guidata non soltanto da alcuni governi, ma anche da enormi interessi di finanziatori d’impresa; inoltre è intrecciata con ideologie politiche e interessi economici”. Infatti, come ho documentato nel libro “Inferno Spa”, la Ong riceve fondi, attraverso le sue partnership, dal Dipartimento per lo Sviluppo Internazionale britannico (DFID), dalla Commissione Europea, e da vari Governi come quello americano, olandese e norvegese.

Gli “osservatori” di Amnesty erano presenti anche il 24 febbraio 2018, per sorvegliare la manifestazione contro il fascismo organizzata dall’Anpi a Roma, con l’obiettivo di  “monitorare il comportamento delle forze di polizia schierate in una manifestazione con funzioni di ordine pubblico e verificare se questo rispetti o meno gli standard internazionali sull’uso della forza e altri standard rilevanti in tali contesti” . Un chiaro manifesto politico per indebolire la presenza dello Stato sul territorio, come la campagna per chiedere i numeri di identificazione per gli agenti impegnati in operazioni di ordine pubblico, e la cosiddetta “legge sul reato di tortura, approvata dalla sinistra nel 2017 e sostenuta da una costante propaganda di Amnesty.

In conclusione, si può affermare che la mannaia dei censori del web, rappresentati dalle task force della Commissione Europea, dalle agenzie di fact checking ben finanziate e da agguerrite Ong, sarà sempre più limitante della libertà di espressione e stampa, in Italia e nei Paesi occidentali, soprattutto quando sul tavolo di gioco ci saranno importanti appuntamenti elettorali.

Francesca Totolo

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