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Roma, 11 apr – Che i lavoratori abbiano abbandonato la sinistra «tradizionale» non è certo una notizia. D’altronde, partiti come il Pd e Leu, rappresentando le istanze più radicali dell’europeismo, del globalismo e del neoliberismo, sono costituzionalmente incapaci di parlare alla cosiddetta «classe lavoratrice», cioè agli «sconfitti della globalizzazione». Va da sé che i lavoratori siano migrati verso altri lidi. Tra cui, ovviamente, il M5S. Grazie a un’analisi dei dati emersi dalle ultime elezioni, è risultato che gli iscritti alla Cgil hanno preferito i Cinque Stelle al Partito Democratico, ossia a quel diretto erede del Pci al cui interno era nato il più potente sindacato italiano. Tanto che l’ex segretario della Fiom Maurizio Landini, che in passato era stato blandito anche da Matteo Salvini, ha dovuto ammettere: «Se hai forze politiche come Cinque Stelle e Lega che prendono più del 50% dei voti, è evidente che buona parte della gente che lavora può aver votato per loro».
Questa tendenza, insomma, sembra chiara a entrambi la parti. Alla Camusso, infatti, non deve essere sfuggito che i pentastellati hanno stracciato Pd e LeU anche tra gli impiegati pubblici e i precari, mentre i dem hanno raccolto più dei grillini solo tra i pensionati. Che, com’è noto, non lavorano e non sono più sindacalizzati. Secondo la cruda analisi di Pino Gesmundo, segretario della Cgil per la Puglia, «al Nord da anni i metalmeccanici della Fiom votano massicciamente Lega, al Sud questa volta il consenso è andato al M5S. I lavoratori bocciano una sinistra che non riesce a interpretare i bisogni delle fasce più deboli ma, d’altra parte, non abbandonano il sindacato. […] I temi che hanno permesso ai due partiti più votati di conquistare grandi consensi, dall’abolizione della legge Fornero al superamento del Jobs Act, sono gli stessi sui cui la Cgil si batte da anni». È quindi fisiologico che la Camusso, vista la malaparata, si accinga ad abbandonare al suo gramo destino il Pd, sempre più partito dei ricchi, e si sia messa alla ricerca di nuovi referenti politici. Di qui il suo invito a un incontro con il neopresidente della Camera Roberto Fico, esponente dell’ala sinistrorsa del M5S.
Un invito che Fico, fiutato l’affare, ha subito accolto favorevolmente: «Accolgo volentieri la sua proposta di incontrarci. Percorsi e momenti di confronto come questi si inseriscono pienamente nella concezione del Parlamento come luogo aperto alla cittadinanza, in cui gli istituti di democrazia diretta previsti dalla Costituzione ricevono la massima attenzione e diventano materia viva. Le proposte di legge di iniziativa popolare, in particolare, rappresentano uno strumento straordinario per far crescere insieme cittadini e istituzioni. A mio avviso sono stati sottovalutati da queste Camere per troppo tempo, ma è arrivato il momento di cambiare. Per questo le ribadisco la mia disponibilità all’incontro, con l’auspicio di poterlo organizzare quanto prima». Il flirt, dunque, c’è e si sta consumando in pubblico. Se per Fico e i pentastellati un asse con la Cgil non può che portare evidenti benefici elettorali, c’è solo da capire quanto la mossa della Camusso possa essere lungimirante. Uno strappo con il partito storico di riferimento, infatti, è impossibile da consumare in maniera indolore. Come hanno dimostrato i recenti riposizionamenti di Di Maio, inoltre, anche il M5S sembra ben avviato su un percorso di normalizzazione e di cedimento ai diktat neoliberisti dell’Ue («L’Europa è la nostra casa», ha detto inequivocabilmente il leader dei Cinque Stelle). Alla fine della fiera, insomma, la Camusso potrebbe ritrovarsi tra le grinfie di quello che sta assumendo, a tutti gli effetti, le fattezze di un Pd 2.0.
Valerio Benedetti

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